OCCHI

Olaf sedeva, nel balcone che si affacciava sul porto, su una vecchia sedia di vimini, così sfondata e con lo schienale tanto deformato da essere ancora più comoda di quanto lo fosse da nuova. Da una parte era contento perché aveva sognato quel momento per tutta la giornata: il poter stare finalmente solo, a maniche corte persino arrivata la mezzanotte; il silenzio di quel quartiere antico, il profumo dell’estate e dei gerani del balcone della vicina che si faceva largo tra i panni stesi e le serrande semi abbassate.

Dall’altra, Olaf non era affatto di buon umore; era stata una giornata strana, una discussione fastidiosa con l’autore di un romanzo bellissimo. Olaf aveva cercato di fargli capire che l’unico motivo per cui non poteva rappresentarlo come agente era legato alla natura stessa del suo libro che, così come il suo autore, era inflessibile, difficile da vendere e affiancare al mondo dei soldi; portatore di idee belle ma difficili, e per nulla disposte a chiedere scusa a chi non era in grado di capirle. Era un libro che nessuno avrebbe mai letto, figuriamoci capito.

“Sempre; sempre i soldi,” aveva risposto seccato e sconsolato lo scrittore.

Aveva preso il cappello dalla scrivania di Olaf e si era fatto strada tra le pile di manoscritti sul pavimento di quell’ufficio stranamente fresco alle tre del pomeriggio; con i muri striati dai fasci di sole che trapelavano dalle serrande e le corsie di polvere bianche e nere, in luce e in ombra, che turbinavano nel vuoto seguendo la coreografia imposta dalle pale della ventola sul soffitto. Lo scrittore, una mano già sulla maniglia della porta, aveva quindi indicato con disgusto un volume.

“Siete tutti schiavi di questa massa di lettori ignoranti, organizzatori di fiere da due soldi e giornalisti che non sarebbero capaci di capire la morale delle fiabe per bambini. Dovreste vergognarvi.

Olaf non aveva risposto perché, nonostante le esagerazioni del cliente, era d’accordo con lui; ma doveva fare una scelta che gli permettesse di arrivare a fine mese. Doveva pagare la rata dell’auto, del telefono, e di quelle mille altre cose inutili in una città tanto piccola e semplice dove, se non fosse stato per il mangiare, nessuno avrebbe potuto avere niente di cui preoccuparsi.

Negli anni di assestamento dell’agenzia aveva fatto scelte votate alla qualità dei contenuti. Aveva sì cominciato con manoscritti commerciali; tuttavia, una volta stabilizzatosi, aveva dato sempre più spazio a idee nuove, provocatrici. Diverse il più possibile tra di loro e da quello che era già stato pubblicato. Ma con l’inizio di quel periodo di crisi che aveva tirato via il tappeto da sotto i piedi di tutti, cinque anni prima, nessuno voleva più leggere. I libri non erano più una necessità ma un vero lusso, ormai, e lui di certo non poteva permettersi di dare priorità a qualcosa che avrebbe venduto difficilmente persino a metà prezzo al mercatino della domenica.

Certo però, pensava e ripensava, che quella di Dishin era una bella storia. Aveva tutto, dentro, parlava a chiunque, e non era difficile immaginare di vederlo arrivare, un giorno, persino sul grande schermo con un cast di attori seri e un bravo regista.

Mentre era seduto lì, sotto il cielo blu della notte, non riusciva a pensare a nient’altro se non all’ingiustizia di cui si era appena reso colpevole. Aveva dato precedenza al profitto piuttosto che a qualcosa che avrebbe potuto aiutare tanta gente ad aprire gli occhi.

Olaf sentì la coscienza mangiarlo da dentro, e osservato da se stesso. Si vide patetico, seduto lì fuori con una birra in mano, per niente diverso nell’aspetto dal ragazzino pieno d’idee e coraggio del liceo e dell’università; ma, così codardo e insicuro in quella vita da adulto. “Certe persone si evolvono con gli anni,” pensava, “mentre io retrocedo a vista d’occhio. Se fossi la persona che ero quindici anni fa, sarei più felice, e il mondo sarebbe un posto migliore.

Era legato a tutte quelle proprietà inutili. Era ancora giovane e senza una famiglia: chi altro, se non lui, poteva correre dei rischi?

Ma una voce, dentro di lui, quella della comodità, lo teneva inchiodato alla sua decisione: in quegli anni difficili non si poteva rischiare. ‘Ti rifarai una volta passata quest’ondata di povertà,’ si disse, ‘e allora potrai pubblicare tutti i romanzi russi che vorrai.’

Olaf riuscì a sentirsi meglio per circa un millesimo di secondo.

Fu mentre faceva vagare lo sguardo nel silenzio del cielo che notò la luna. La sua luce era così era intensa, quella notte, che l’aveva quasi scambiata per quella di un lampione gigantesco arrivato lassù chissà come. Fissò l’enorme sfera bianca come il ghiaccio e si sentì fortunato ad avere il suo piccolo appartamento dell’ultimo piano. Se Dishin avesse sentito i suoi pensieri, avrebbe probabilmente commentato con un ‘pagato con i soldi dei tuoi romanzi da tre soldi,’ e gli avrebbe tirato quattro o cinque schiaffoni.

Il silenzio era totale e la mezzanotte era arrivata, annunciata dai rintocchi del campanile della cattedrale persa nel buio, dentro le mura medievali della città. Due gatti si rincorsero come ombre sui parapetti stretti e si sedettero insieme a guardare il panorama; l’odore del sale marino e delle cucine dei locali del centro era impercettibile, ma con quella totale assenza di suono, concentrandosi, Olaf li poteva sentire distintamente. La città dormiva e le serrande semi abbassate erano gli occhi appisolati dei suoi bei, antichi palazzi. Olaf continuò a guardare la luna.

Una rapida folata di vento lo destò dai suoi pensieri. Si meravigliò perché, veloce com’era arrivata, era anche andata via. L’aria ora era di nuovo ferma, niente si muoveva, e il cielo era pulito, senza nuvole e…

Olaf sentì il cuore strizzarsi, congelarsi, e per un battito quello non fece il suo dovere: la luna, da lassù, lo guardava. Si era come avvicinata alla sommità del colle e lo fissava senza battere, e in effetti sarebbe stato difficile, ciglio, con un grande cratere scuro. Olaf balzò in piedi, inciampò nella sedia che era finita a gambe insù e corse dentro casa.

La corrente d’aria lo seguì, irrompendo dalla porta-finestra, lo assalì di nuovo e lo avvolse dai piedi alla testa in un turbine, gonfiandogli la camicia e spettinandogli i capelli. Olaf saltò, urlò e si divincolò; si sfilò la camicia come se un enorme ragno ci fosse caduto dentro e si nascose in una nicchia del muro ansimando. Guardò la finestra e vide un raggio bianco perla stava strisciare lentamente dentro l’appartamento. Senza riuscire a muoversi, osservò quel fascio di luce – che ora aveva preso la forma di una mano – fermarsi davanti a lui, osservarlo curioso a pochi centimetri dai suoi piedi, e salutarlo. Poi il raggio gli fece cenno, con un indice che si arrotolava e srotolava, di seguirlo sul balcone.

Lo spirito romantico di Olaf ebbe la meglio: gli diede una spinta e lo fece uscire dal suo nascondiglio. Seguì il raggio e l’osservò quasi divertito mentre quello fluttuava in retromarcia fuori dalla porta-finestra senza smettere di salutarlo con la mano. Nel momento in cui Olaf mise piede sul balcone, il raggio si sollevò dal suolo e ridiventò un tutt’uno con la luce del satellite. Olaf seguì con lo sguardo la scia della strana ma simpatica mano fin quando i suoi occhi ne incontrarono uno ben più grande.

Quel cerchio bianco, infatti, non era affatto una faccia con due occhi puntati su di lui: la sfera stessa era l’occhio, e quel cratere la sua pupilla. Il cielo incombeva su Olaf, piccolo essere umano, con quell’occhio enorme senza palpebra aperto sulla sua testa a un passo dalle stelle.

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L’occhio aveva un aspetto minaccioso; tuttavia, da come restava fermo e silenzioso, sembrava quasi più in attesa. Olaf stava con il naso all’insù, a bocca aperta.

“Che cosa sei?”, chiese.

“Ho tanti nomi,” gli rispose una voce sconosciuta dentro la testa. “Voi umani, ad esempio, mi chiamate luna, ma io preferisco presentarmi come un protettore celeste, l’occhio del cielo che veglia sul sonno della città. Sono la tua coscienza, Olaf: possiamo anche metterla così.

Olaf si portò le mani alla testa, spaventato; tuttavia consapevole che i suoi occhi stavano davvero registrando quello che vedevano – non era un sogno! – e che le sue orecchie avevano davvero sentito la luna parlargli.

‘Sei la mia coscienza? Perché sei venuta?’

Olaf studiò la sfera luminosa ed ebbe la sensazione che l’astro gli stesse sorridendo. Sentì un flusso caldo dentro di sé e il viso diventare bollente.

“Mi sembravi così triste e pensieroso, seduto da solo su quella vecchia sedia,” rispose la luna, “con mille brutte preoccupazioni nella testa. Ho pensato che avresti avuto piacere nel parlare con qualcuno. A proposito di quel tuo amico russo, ad esempio, e del suo libro che ti dà così tanto da pensare.

Olaf sentì di non essere più solo. La luna lo abbracciava con i suoi raggi caldi, bianchi e morbidi, e lo accarezzava come se lui fosse un bambino e lei una bellissima e giovane madre.

“Io so quello che devo fare,” disse Olaf. “Devo fare quello che è giusto, richiamare Dishin e dirgli che farò qualsiasi cosa per lui e per la sua storia: il mondo deve risvegliarsi.

Ma allo stesso tempo c’è una parte di me che è stanca di fare l’eroe, che non crede più che tutti questi sacrifici ne valgano la pena. Al mondo non interessa premiare chi s’interessa, migliorare, imparare per crescere; e combattere per le proprie idee non sempre rende la vita facile. C’è una parte di me che è diversa e che vuole esserlo; ma l’altra, quella che vuole conformarsi e vivere comoda, sembra essere sempre un passo avanti, e mi dice che se la prima, un giorno, dovesse prendere il controllo allora la mia vita intera sarebbe in pericolo.

Mi dice che ci sarebbe tanta solitudine ad aspettarmi, come un secondino davanti al cancello di una prigione, pronto a scortarmi dentro.  Mi girerei verso la strada alle mie spalle, verso la città, e vedrei le persone che senza tanti pensieri bevono caffè, parlano e leggono il giornale sedute a un tavolino sotto il sole; vedrei il mondo popolato da persone che hanno trovato la strada maestra e la seguono senza preoccupazioni, o farsi domande. Ci credono, sanno che è la strada più conveniente, e le dedicano una vita intera. Ed è quella la strada chedà sicurezza alle famiglie, al tetto che hanno sulla testa, alla cena sul tavolo, alle bollette da pagare. È breve, piena di garanzie e senza troppi fossi.

La luna sospirò.

“Ti capisco, Olaf, ma… Perché è sempre il pensiero degli altri a non farti dormire la notte? Prova a immaginare se al mondo tutte le persone fossero uguali! Ci sono persone, come te, che fanno scelte non convenzionali; senza cui il mondo non andrebbe mai avanti.

Tu dici che il mondo non ha interesse nell’imparare e nell’ascoltare idee nuove: forse è così. Tuttavia, è il mondo stesso a non rendersi conto che queste idee, queste opinioni sono, per le persone di cui parli tu, quelle che non si fanno domande e secondo te senza preoccupazioni, come una medicina dal sapore cattivo, l’unico antidoto per la malattia mortale dell’indifferenza – non ascoltare troppo il mondo, segui il mio consiglio. Chi assume questa medicina, naturalmente, non conosce le sue proprietà: non vede la medicina, ma solo un grande cucchiaio pieno di liquido scuro che sembra freddo e amaro. E anche dopo che l’ha bevuto, non vede la malattia sparire: a occhio nudo non è possibile. Eppure il male va via, e il corpo guarisce.

Il mondo non ha idea di quanto abbia bisogno delle tue idee, del libro del tuo amico, della bellezza di un panorama e del profumo dei gerani della tua vicina di casa: eppure tutto ciò continua a pulsare e a vivere; perché l’uomo, dentro di sé, mentre annaffia i fiori sotto il sole di Giugno, vuole lasciare, anche se inconsciamente, uno spazio nella sua vita per tutto questo, la medicina curativa della bellezza e della conoscenza. È il grande segreto dentro il cuore di ogni essere umano, il bisogno di evolversi che prevale sull’ignoranza.

Olaf, non lasciare mai che chi fino ad ora si è arreso o accontentato ti dica quale strada prendere. L’essere umano non è stato creato per i percorsi semplici, senza curve, con un bel pavimento asfaltato: voi siete fatti per avventure ben più grandi. Ricorda di chiamare quelle belle strade lisce con il loro nome: tentazioni. Non lasciare che ti seducano con una vita facile, comoda, cullata da ricchezze superficiali; rasserenino dicendoti che ‘è il modo giusto di vivere perché tutti lo fanno.

Sii sempre te stesso, e tutto andrà bene; perché, per come ti conosco io, non potresti mai vivere secondo le regole di qualcun altro. Segui le tue regole, quelle che sono le fondamenta dell’uomo che sei tu; quelle certezze che vengono dai tuoi libri, dalla tua cultura e dalla tua sensibilità verso il giusto e verso ciò che è male. Ricorda che non sei solo, e che la voce di cui hai tanta paura, quella che vive dentro di te e che è sempre un passo indietro, e che tu hai paura di far avanzare, non ti abbandonerà mai, perché è la vera linfa della tua identità. Quando troverai il coraggio di essere te stesso allora quella linfa lieviterà, e assorbirà per distruggere tutto quello che il tuo corpo non dovrebbe ospitare: i pensieri e le voci che ti tengono ancorato giù, nel fondo del mare che è così immenso nel suo potenziale, pesante nell’impatto che ha sulla storia di questo pianeta, indispensabile per la sopravvivenza della tua specie, e che tu non puoi limitarti a esplorare dal suo solo fondo.

Tira fuori dal cassetto i sogni di quando eri ragazzo e rispolverali, fai brillare ancora una volta i frutti dell’età dell’oro, incontaminati dalle regole della vita degli adulti.

Tu credi di avere una scelta tra due strade, Olaf, quella facile e quella difficile, ma sai anche tu che la strada da prendere è una sola, ed è la tua. E più andrai avanti, nella vita, più ti renderai conto di quanto non esista alcuna strada, ma infinite strade, una per ogni essere umano che vive su questa terra, perché siete tutti diversi. Allora capirai di aver fatto la cosa giusta nel darti fiducia, non avrai più dubbi, e ti sentirai addirittura stupido al pensiero di essere stato indeciso, una volta, così smarrito e solo: non vorrai condividere il tuo sentiero con nessuno, e niente potrà intralciare il tuo cammino. Sarai come sotto la protezione di un incantesimo, un lungo tunnel di vetro che ti terrà al sicuro pur dandoti la possibilità di vedere i cambiamenti che proverranno dalle tue scelte, studiare il mondo esterno con un nuovo distacco.

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Olaf si era addormentato. La luna allentò il suo abbraccio e lo posò sulla vecchia sedia di vimini. Riavvolse i suoi raggi ma il cielo non chiuse il suo occhio, e vegliò fino al mattino. Appena vide il primo raggio di sole comparire all’orizzonte, il cielo della notte lo guardò con affetto per l’ultima volta, chiuse il suo grande occhio e andò a sua volta a riposare.

Olaf si svegliò senza sapere come avesse fatto ad addormentarsi lì, sul balcone, come un bambino troppo stanco per alzarsi dal divano della televisione e andare a dormire nel suo letto.

Un’ombra di preoccupazione restava nei suoi pensieri, ma solo come un ricordo legato alla notte. Alla vista del porto, del mare, di quel giovane sole e dei rumori della città che si risvegliava, Olaf si sorprese di sapere esattamente cosa doveva fare. Non era preoccupato per le conseguenze: sentiva solo una straordinaria voglia di fare. Si chiese se Sergei fosse già sveglio; poi si disse che non ci avrebbe fatto attenzione: era sicuro che sarebbe stata una buona notizia.

Storia di Sarah Agus.

Illustrazioni di Gracey Zhang.