MIRIAM E IL VENTO

Miriam decise di lasciare la macchina nei parcheggi all’ingresso della zona pedonale, a pochi passi dalla spiaggia. La giornata di lavoro che era appena finita l’aveva lasciata talmente stanca che parcheggiò il più vicino possibile all’entrata del lungomare, per non dover camminare troppo, anche se il piano originale era quello di fare una lunga passeggiata sulla sabbia. Miriam pensò di quanta pigrizia e incoerenza fosse piena la sua vita. Scese dalla macchina.

Davanti a lei c’era la spiaggia, buia e umida, come quella sera d’inizio Febbraio in quella città di mare. L’aria era densa e fresca, e una palette di colori scuri che andavano dal verde-alga al blu notte, dal grigio perla della sabbia al bianco freddo dei lampioni, colorava la scena.

Sul percorso del lungomare, che seguiva il profilo della spiaggia e fungeva da cuscinetto tra la strada e la sabbia vera e propria, c’erano sportivi che correvano e pedalavano, cani che seguivano obbedienti i padroni e ragazzini del quartiere che tornavano verso casa dal campo di calcio con un pallone di pelle bianca spinto a calci sull’asfalto e i capelli bagnati di sudore. Il lungomare era sempre popolato, persino in inverno nelle ore precedenti la cena; dopo di che si svuotava e un silenzio ovattato avvolgeva l’intero quartiere come per prepararlo al sonno della notte.

Con indosso un piumino sportivo e un berretto di lana sulla testa, Miriam, faccia alla spiaggia e spalle alla città, scelse di seguire il percorso sulla destra che terminava non molto lontano dall’ingresso dello yatch club e ai piedi del promontorio della città. Era solita arrivare ai piedi della piccola montagna puntellata da pini e arbusti e quindi tornare fino alla macchina; da lì, proseguire nell’altra direzione, quella che era in quel momento alla sua sinistra, e che non finiva mai, perché il percorso pedonale si allacciava, alla fine, alla strada statale che seguiva la costa e serpentava fino al comune vicino, e così via verso altre città. Era una routine che la rilassava.

Il vento ancora di più, e tanto meglio se era del profondo inverno, ancora lontano dalla luce della primavera. Miriam inspirò il vortice d’aria che la avvolgeva passo dopo passo: profumava di alghe, salsedine e nord d’Africa, corteccia di palma e pioggia. Per lei, che era cresciuta in quella città, non era difficile analizzare il profumo della spiaggia. Era un santuario familiare e rassicurante, e i suoi odori come quelli della pelle di sua madre, presenti nella memoria fin dalla nascita.

Miriam amava passeggiare sul lungomare almeno due volte alla settimana, solitamente alla fine di giornate particolarmente sedentarie a lavoro. Nelle serate più chiare direttamente sulla battigia, ad un passo dall’acqua. Le piaceva sentirsi scossa dal freddo del vento, le gambe formicolare dopo qualche minuto di camminata veloce dopo ore davanti a un computer e su una sedia scomoda. Pensò persino di togliersi il berretto dalla testa, ma poi ogni occhiata le sarebbe sembrata inquisitoria, concentrata solamente sulla cicatrice che aveva sull’attaccatura dei capelli, al centro della testa.

Neanche togliersi gli occhiali per non vedere chi arrivava e chi la sorpassava, o chi la guardava e dove, aiutava molto. Miriam non era particolarmente bella, ma in quella città di dimensioni medie su un’isola lontana dal resto del mondo la gente era geneticamente predisposta alla curiosità, e amava guardare e osservare. Ogni volta che usciva di casa senza un cappello, o che la frangia dei capelli fosse aggiustata a dovere sullo spazio bianco, Miriam sentiva gli occhi del mondo su di lei, perché ogni folata di vento avrebbe potuto rivelare la sua imperfezione.

Che non era aliena, perché era sempre stata lì. Miriam e la sua cicatrice erano nate insieme, erano cresciute insieme e si erano odiate insieme, per poi finalizzare una relativa pace intorno ai venticinque anni.

Dopo gli anni inconsapevoli dell’infanzia durante i quali niente le aveva mai impedito di fare bagni senza fine nel mare dell’estate e correre nel vento della sera, Miriam, arrivata l’adolescenza, aveva deciso di tagliare una folta frangia per coprire il cerchio bianco; di votarsi ai berretti e alle fasce per capelli durante l’inverno e le ore di sport, e aveva detto addio per sempre ai bagni estivi. Si ricordava il momento esatto in cui quella nuova consapevolezza le aveva rovinato la vita, un pomeriggio di settembre, il giorno prima del suo undicesimo compleanno. L’aggiunta della frangia era stato un punto di non ritorno nella relazione con se stessa. Quello che era brutto in lei doveva essere coperto, che si trattasse della cicatrice nella fronte, dell’acne che durante il liceo le aveva coperto le guance, o il seno che secondo lei era stato troppo ingombrante durante un periodo di sovrappeso alla fine dell’università.

Arrivata alla soglia dei trent’anni, Miriam amava se stessa come mai le era riuscito prima. L’acne a momenti c’era ancora, e così quei due chili in più, ma c’era una nuova armonia, ed erano imperfezioni che non la turbavano più in modo particolare. Era persino arrivata quasi ad amare la cicatrice. In fondo era il suo segreto, un dettaglio che la rendeva diversa e che aveva forgiato il suo carattere sin dall’infanzia. Quando desiderava che non ci fosse, Miriam pensava che grazie a quel piccolo spazio di pelle bianco luna non c’era sulla terra nessuno come lei: tutti hanno una testa e dei capelli, magari nei di forme particolari e tatuaggi, ma una cicatrice di quel tipo era qualcosa di diverso, e la faceva sentire unica.

Tuttavia l’abitudine di coprirla, che era stata il fulcro della sua routine mattutina per più di quindici anni, era troppo radicata per essere interrotta così, da un giorno all’altro. La mancanza di un cappello durante le giornate di vento dava a Miriam ancora un enorme fastidio. Si trovava a camminare faccia a terra cercando di far rimbalzare le folate d’aria sulla frangia per tenere i capelli sotto controllo in un equilibrio perfetto. Aveva imparato come un gabbiano a sfruttare le correnti d’aria provenienti dal basso e dall’alto, da destra e da sinistra e ogni angolo per indirizzare le ciocche della fronte da una parte o dall’altra, e coprire il buco bianco con un semplice, accurato e millimetrico movimento della testa. Sapeva quando una folata era in arrivo e sapeva come affrontare il maestrale e il levante, e come il libeccio e lo scirocco influenzavano la messa in piega della frangia la mattina. Era una vera scienza e la sua competenza la faceva sentire in controllo; ma c’erano dei momenti in cui Miriam sentiva di non farcela più.

Avendo scoperto quanto potesse amarsi per com’era, un peso aveva iniziato a sollevarsi dalle sue spalle. Gradualmente, il pensiero di vivere nella vergogna e nella segregazione, che fino a quel momento avevano dettato la sua vita, le sembrò sempre più una pazzia.

Persino il suo rapporto con il vento era cambiato. Da odio a un amore timido. Se durante l’adolescenza e i suoi primi vent’anni l’aveva detestato sentendosi inseguita ad ogni passo, come con bullo costantemente alle sue calcagna che si divertiva a umiliarla, da qualche anno a quella parte gli dava quasi il benvenuto.

Alla fine della giornata, quell’incontro era quasi un rito di purificazione. Specialmente durante le giornate di forte maestrale, lasciarsi investire dal fiume d’aria fredda proveniente dal nord la faceva sentire più pulita e sveglia, come una doccia gelata di prima mattina. Il vento s’infrangeva sul viso, le scorreva tra i capelli, s’infiltrava tra gli strati dei vestiti e si schiantava come un’onda su tutto il suo corpo.

Quando camminava sul lungomare nel buio della sera e il vento aveva una buona portata, e non sembrava esserci troppa gente davanti e dietro di lei, Miriam a volte si toglieva il berretto, chiudeva gli occhi e affrontava la corrente di petto, sentendosi finalmente del tutto normale, come qualsiasi altra persona sulla terra, con una fronte senza cicatrice e niente da nascondere.

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Mentre camminava, il passo che si faceva sempre più rapido man mano che i pensieri diventavano più spiacevoli, ripassava mentalmente quello che era stato pianificato per il resto della settimana in ufficio. Miriam, che lavorava nell’ufficio di marketing del museo della città, pensò all’ultima mostra in programma che avrebbe aperto di lì a qualche giorno nella sala delle esibizioni. “La bellezza e il classico”, recitava il poster pubblicitario che ormai compariva ovunque, su autobus e pensiline, nei bar e sul quotidiano regionale: i visi drammatici dagli occhi vuoti e le forme rotonde delle statue greche che erano le star della mostra avevano invaso la città.

Miriam aveva trascorso gli ultimi sei mesi tra le opere originali e aveva letto qualsiasi tipo di pubblicazione ci fosse sul mercato per le sue ricerche di lavoro, e aveva costruito con esse un rapporto di amore e odio di un tipo che conosceva fin troppo bene: ne ammirava la bellezza, indiscutibile e accettata come assioma inconfutabile, ma era anche pronta a confrontarsi con nuovi modelli d’ispirazione. Si sentiva sollevata al pensiero che la settimana successiva sarebbero iniziati i preparativi per una mostra diversa, più provocante e stimolante.

Una folata di vento si scontrò con la sua guancia sinistra e ricordò a Miriam di quella statua che era stata scartata all’inizio della selezione dal curatore anziano del museo, che era avanzato tra le opere con fare solenne, nell’ampio magazzino del dipartimento, esaminando il marmo con occhio esperto; le espressioni e le posizioni delle mani, la composizione, come un giudice con idee di vecchio stampo a un concorso di bellezza. Miriam aveva visto con i suoi occhi il curatore scartare la statua in questione con un vago cenno della mano, come se fosse stata una zanzara fastidiosa, troppo inutile persino da uccidere. Si era avvicinata alla statua e a un primo sguardo tutto era sembrato combaciare con gli standard che ben conosceva; se non fosse stato per una piccola crepa sulla guancia sinistra. Miriam aveva quindi proseguito con disdegno. Aveva provato vergogna al pensiero di una statua tanto banale e malconcia al centro della sala delle esibizioni, e aggiustandosi la frangia sulla fronte aveva guardato dall’alto verso il basso la restauratrice.

Aveva ripensato per la prima volta alla statua della giovane Venere che era stata scartata solo quel pomeriggio. Rivide se stessa nel magazzino, sicura dentro il suo completo nero e maligna mentre guardava con superiorità il marmo scheggiato: si rimproverò.

“Chi ha deciso che una scheggia o una cicatrice rendono le persone di seria a e di serie b?” pensò, la rabbia che aumentava ad ogni passo. “Maledetti scultori, canoni, giudici, spot pubblicitari: come se fosse il mondo reale. Come se avessi mai visto donne con curve e una pelle candida del genere, o cinquantenni senza rughe. Che mucchio di balle, dannate regole.”

“Perché non ci lasciano in pace? Le donne non sono interessate a essere perfette, e se lo sono è perché si sentono dire che devono esserlo. Come se non ci fossero cose più importanti a cui pensare. Ho una cicatrice enorme in testa, e quindi? Ho più successo e sono più intelligente della maggior parte della gente che conosco.”

Miriam si grattò la testa attraverso le maglie di lana del berretto. Lo tolse e si aggiustò la frangia sulla fronte. Il vento era calato. Aveva caldo, essendo in movimento, e aveva la fronte sudata. Una figura apparve correndo verso di lei. Fece attenzione ad avere la cicatrice ben coperta quando lo sportivo le passò accanto.

“Quanto siamo distratti, tutti quanti, da questi traguardi impossibili. Se ogni donna decidesse di amarsi quanto basta e riconoscere di essere abbastanza così com’è, e che non le serve nient’altro per essere migliore, la pubblicità non esisterebbe più.

Siamo schiavizzati e terrorizzati all’idea che la fine del mondo arriverà quando le donne smetteranno di depilarsi – quando in realtà ogni donna o uomo è pronto ad ammettere di aver vissuto gli anni più felici quando il preoccuparsi di essere perfetti non era ancora una priorità. Per essere felici, negli anni prima dell’oppressione – sì, questa è una buona parola – bastava dare il proprio meglio durante una partita di calcio con gli amici; finire un romanzo impegnativo o godersi la compagnia dei genitori, le uniche persone al mondo che non vedono e non giudicano, e neanche indicano quelli che noi chiamiamo difetti.”

Miriam pensò ai suoi genitori, che l’avevano cresciuta ripetendole quanto fosse bella e intelligente, libera di correre senza cappelli o frange sulla sua cicatrice bianca e tonda.

Pensò ai compagni delle scuole elementari che l’avevano conosciuta scoperta. Erano ancora amici, s’incontravano a volte in città, per caso, e ci si riuniva per una pizza ogni tanto, ma nessuno cercava con lo sguardo la sua fronte. “Per loro probabilmente quella cicatrice non è mai esistita,” si disse Miriam, “perché non ha nessuna importanza. Spero che, se a volte pensano a me, mi ricordino per le nostre giornate da bambini con le ginocchia scorticate, per le risse e gli scherzi telefonici, non per qualcosa di così stupido.”

Un gruppo di sei o sette ragazze correva verso di lei: erano giovani e concentrate sulla corsa. Indossavano la tuta di una squadra conosciuta in città, erano sudate e con i capelli in disordine; due, in testa al gruppo ridevano per uno scherzo. Sembrava che il loro unico pensiero fosse tenere il passo e finire il percorso. Apparivano sicure e felici.

“Se non fosse per lo sport,” Miriam pensò ancora, “saremmo tutti una massa di bolliti e repressi.”

Se per un attimo come idea l’era sembrata intelligente, si diede della stupida ricordandosi della statua del discobolo e di altri atleti olimpici che sarebbero stati esposti da lì a qualche giorno: si era lamentata dei modelli impossibili che si vedevano sulle riviste, ma anche nell’antica Grecia c’era stato qualcuno pronto a rovinare la festa con ideali fantastici. Si girò per guardare le ragazze che correvano. Si chiese quanto, dietro alla facciata disinvolta, fossero anch’esse ossessionate dal loro aspetto.

“Il culto della bellezza,” pensava, avvicinandosi al promontorio; poteva intravedere le barche dello yatch club in lontananza fare capolino dietro alle palme, in fila indiana, sulla linea di confine tra il cemento e la sabbia. “Siamo predisposti a selezionare il bello e a scartare il brutto, è nella nostra specie. Sono fortunata a non vivere nell’antica Sparta, o mi avrebbero buttato già da tempo dalla rupe Tarpea. Avrebbero visto una cicatrice del genere come mancanza d’intelligenza, l’ennesima bambina difettosa dell’antica Grecia. Mi è andata bene.”

Miriam pensò che il mondo in fondo non era cambiato poi così tanto. Una volta, durante un pomeriggio di giochi con degli amici al mare, era stata allontanata dal gruppo. Qualcuno l’aveva chiamata “storpia”, e Miriam non l’aveva mai dimenticato. Quel commento era rimasto dentro di lei, pronto a deriderla nei momenti peggiori e davanti allo specchio prima di un incontro importante.

Riflettendo sulla sua vita in quella società moderna, Miriam si rese conto di quanto in realtà fosse circondata da una varietà di rupi Tarpee. Pensò a se stessa, esclusa dagli altri bambini per un segno sul suo corpo che non aveva niente a che fare con la sua intelligenza e che non aveva scelto lei di avere; a una sua cugina che aveva abbandonato una promettente carriera nella danza per un collo del piede non troppo arcuato – che tuttavia la faceva saltare più in alto rispetto alle sue colleghe – ma che proprio non rientrava negli standard della sua insegnante; al suo migliore amico che ogni giorno fingeva di essere qualcuno che non era per compiacere i genitori, convinti che sarebbe diventato l’avvocato più famoso del paese nonostante le sue difficoltà nelle materie classiche e la sua predilezione per la musica.

“Se solo ci lasciassero in pace,” pensò Miriam.

Arrivò ai piedi del promontorio, nero più del cielo della tarda sera. Il lungomare stava per finire, solo pochi passi più avanti. Era arrivato il momento di tornare indietro.

Miriam si fermò, con un po’ di fiatone; la camminata a passo veloce le aveva fatto passare il malumore e si sentiva molto meglio. Camminare o correre era come una conversazione interessante: tutto si schiariva, pensieri e opinioni che per del tempo erano rimasti aggrovigliati si risolvevano sempre. Quello che c’era d’inutile veniva come spazzato via, e restavano solo le certezze.

Miriam fece dietro-front e, mantenendo lo stesso passo, iniziò il percorso di ritorno. Arrivata al parcheggio, tuttavia, non ebbe voglia di tornare a casa; e continuò a camminare, dritta verso l’est, marciando su quella parte del lungomare che raramente aveva esplorato fino in fondo. Il vento si sollevò di nuovo.

Era un levante pesante e appiccicoso che profumava di salsedine e di alghe, e che trasportava con sé il rumore delle onde che s’infrangevano rombanti sulla riva, a una ventina di metri alla sua destra, oltre la sabbia, nel buio oltre la battigia.

Miriam teneva il passo, uno, due, uno, due, sempre con un po’ più di energia, mentre calpestava quello che restava della stanchezza e del malumore della giornata. I ricordi delle ore passate lasciarono spazio a un sentimento di potenza, orgoglio e coraggio.

Il lungomare era ormai deserto, e il silenzio a tratti così intenso che Miriam si sentì per un attimo avvolta da quello stesso tipo di terrore viscerale che le saltava addosso da bambina quando, nel cuore della notte, andava a cercare dell’acqua in cucina e doveva poi ritornare, da sola e nell’ombra, fino al suo letto. Pensò, imbarazzata per quelle sue paure infantili, che forse sarebbe stato meglio cominciare a tornare alla macchina.

Improvvisamente si rese conto che quella solitudine e quel silenzio le davano la possibilità di togliersi il berretto e di godersi finalmente il vento. Miriam si volse verso il mare e se lo sfilò dalla testa.

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Si sentì libera, finalmente, mentre le dita morbide e vaporose del levante le s’infilavano tra i capelli e i vestiti, le rinfrescavano la pelle sudata e portavano via con loro lo sporco e il malcontento. Le ondate di aria tiepida si scagliavano sul viso, massaggiando i nervi e stirando i muscoli affaticati degli occhi, della fronte e della bocca. Era una carezza così intensa, e Miriam provò a immaginare quanto potesse essere grande il vento rispetto a lei, così piccola sulla sabbia di quella minuscola parte dell’universo.

Rimase con gli occhi chiusi per qualche secondo, la frangia scostata sulla fronte, ondeggiante nella corrente. La cicatrice era lì, al suo solito posto, e Miriam sentì il vento soffiare sulle radici di quei capelli che avevano memorizzato nel corso di più di dieci anni una posizione creata per coprire e nascondere. Ora erano anch’essi liberi.

Si passò una mano tra i capelli, tra la frangia, tirandola indietro per nutrire quella parte della testa con l’aria che le era sempre stata negata. Più il vento soffiava più si sentiva sveglia, forte e armata di una positività che solo il contatto con la natura può dare. L’incontro con un essere così grande come il vento, o il mare e il cielo della notte, aveva rimesso tutto in prospettiva.

La cicatrice sulla fronte non era più una disgrazia o il simbolo di tutte le sue insicurezze, il ricordo di fallimenti, le opinioni degli altri, le scelte di un curatore e canoni da rincorrere senza speranza: era diventata la chiave per un’accettazione profonda, il simbolo della libertà che deriva dal levarsi pesi morti ed estranei dalle spalle, e le critiche della propria voce interiore. Era come una toppa che respirava l’aria fresca della notte e che, trasportando ossigeno vergine alla mente e rinfrescando tutto il corpo dall’interno, lo purificava dal veleno ingerito e prodotto nel tempo.

Il vento non era più un fastidio da sopportare, un nemico o una persecuzione. In quel momento il vento era suo amico. Miriam sentiva che le parlava come una coscienza, il sibilo della Terra, l’antica e saggia voce della natura che tornava su quella spiaggia dopo un lungo viaggio in compagnia delle onde e della loro voce roca. Man mano che la sorpassava la scoperchiava, come se fosse passato per raccogliere le scaglie di una vecchia pelle ormai morta.

Miriam tornò alla macchina senza indossare il cappello, con i capelli che le svolazzavano intorno alla testa in un turbine disordinato, senza curarsi degli sportivi che le passarono accanto durante il tragitto. Si passò una mano tra le ciocche della frangia, scoprendo la fronte, nel momento in cui si avvicinavano. Si sentì per qualche secondo incerta, ma non si coprì la testa.

“Chissà che tipo di libertà si prova,” si chiese una volta arrivata alla macchina, “quando si raggiunge il livello massimo d’indifferenza verso i giudizi altrui.”

Storia di Sarah Agus

Illustrazioni di Irina Kruglova