LIMITI

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Liam e Liv si erano sposati molto giovani per mezzo di un matrimonio combinato, come un tempo si usava fare nelle famiglie aristocratiche. Provenienti da paesi diversi, una volta sposati si trasferirono in una residenza di famiglia in un terzo paese per colpa delle instabilità politiche del momento, e diedero entrambi inizio a una produttiva carriera da scrittori.

Timido, serio e orgoglioso lui, aperta ed energetica lei, non parlavano bene la lingua dell’altro. Comunicavano con una lingua intermedia, attraverso la quale potevano capirsi il quanto bastava.

Nonostante la poca familiarità e intimità dei primi anni, per colpa della lingua e dei loro caratteri così diversi, Liam e Liv svilupparono un forte amore l’uno per l’altra. Se Liv inizialmente non ebbe problemi a manifestarlo, Liam tenne i suoi sentimenti per se, in gran segreto. E lei, convinta che quel rigoroso e cupo giovane non la amasse, si limitò negli anni che seguirono a esternare il suo amore esclusivamente nei suoi libri.

A un anno dal matrimonio, nessuno dei due aveva idea di cosa passasse nella testa dell’altro quando si sorridevano, o si stringevano affettuosamente la mano. Si convinsero si trattasse semplicemente di una tenerezza elementare, e non approfondirono mai la questione. In fondo, si sentivano già fortunati nell’avere l’un l’altro.

Se c’era un fattore curioso, o, almeno, ancora più peculiare in quel matrimonio, era che nessuno dei due sapesse cosa l’altro scriveva. Liam e Liv detestavano l’idea di leggere opere tradotte dalla loro lingua originale, strappate dal calore dei loro significati più intimi e lanciate nel mondo del commercio all’ombra d’immaginari sconosciuti ai loro autori. Se Liam fosse stato almeno capace di leggere la madrelingua della moglie, avrebbe bevuto con curiosità i suoi manoscritti. E ciò valeva anche per Liv. Ma la barriera della lingua era più impenetrabile di quanto si fossero immaginati. E leggere un libro che non fosse nella sua lingua originale era per loro un tale peccato letterario che decisero di limitarsi a sapere del successo o delle critiche agli ultimi romanzi dell’altro solo dalle recensioni sui giornali.

Oltretutto, dato che non amavano partecipare a feste o ricevimenti, vivevano la vita tranquilla di chi non è costantemente a contatto con le domande dei curiosi che mettono il dito nella piaga, chiedendo all’uno un’opinione sul lavoro dell’altro, e viceversa.

L’unica cosa che Liam sapeva era che, a detta di tutti e da quello che aveva sentito casualmente una volta a un evento, Liv era tra loro due quella con più talento. Il commento era arrivato da un amico del padre famoso per le sue raffinate recensioni letterarie su un’importante rivista. L’illustre ospite non si era limitato a lodare i romanzi di Liv, ma aveva chiaramente fatto capire come la sua opinione fosse ampiamente condivisa dalla categoria. Rese chiaro il suo apprezzamento anche per le sue creazioni, ma lui capì, mentre ascoltava la conversazione da dietro una porta, che per chi contava, in quel mondo, il vero talento era la moglie.

Si stupì nel rendersi conto di non esserne troppo geloso. Era stato un duro colpo, ma non avendo mai avuto occasione di leggere di prima mano di cosa si stesse discutendo, ed essendo legato alla moglie, non riuscì a dare una profondità drammatica a quel sentimento. Accettò l’opinione dei critici e continuò a fare il suo lavoro come sempre, tra le lodi e le critiche.

Dopo alcuni anni, due avvenimenti scossero la loro tranquilla e comoda vita di campagna. La prima fu l’esplosione della curiosità di Liam. Per anni gli era cresciuta dentro, ancora prima di aver sentito l’opinione del critico. Non aveva mai saputo dare un nome a quella sensazione, che all’inizio si era presentata come una forma di religiosa riverenza nei confronti dei manoscritti di Liv, disseminati per tutta la casa tra salotti, camere da letto, divani e la cucina. Li lasciava in giro sapendo che il marito non era in grado di leggerli, e pensando le sue storie al sicuro.

Quello di Liam era un amore quasi ossessivo per qualcosa di bellissimo, superiore e allo stesso tempo sconosciuto, proprio come Liv lo era da moglie, e che sapeva di non poter comprendere. Era la barriera della lingua che continuava a ripetergli che, anche volendo, non avrebbe mai capito il significato di quelle strane parole scritte in caratteri esotici; era ciò che più lo stimolava. Era come essere costantemente preso in giro, punzecchiato senza potersi difendere. Quei romanzi che tanto voleva leggere erano proprio lì, davanti ai suoi occhi e a portata della sua mano; ma anche divorando con lo sguardo le righe e girando tutte le pagine del mondo sapeva che non ci avrebbe mai potuto trovare nessuna soddisfazione.

Decise di iniziare a prendere lezioni in segreto. Oltre che per dare pace alla sua curiosità, pensava che sarebbe potuta essere una bella sorpresa, per la moglie, se per il suo compleanno avesse ricevuto un biglietto o una poesia di auguri, per non parlare poi di una dedica dritta dritta dalla sua stessa bocca, nella sua lingua natale. Più passava il tempo più Liam sentiva di amare ogni giorno di più quella dolce, vivace ragazza dalla mente così brillante, e decise che era arrivato il momento di fare qualcosa di più per lei.

Da parte sua, Liv non era di uno spirito particolarmente competitivo o curioso degli affari altrui; e, per quanto a volte si trovasse a fantasticare sulle storie di Liam, rispettava il loro comune accordo di mantenere le loro carriere separate e di accontentarsi dei dettagli che erano soliti scambiarsi all’ora di cena. Aveva trovato più volte Liam con in mano uno dei suoi manoscritti: a quel punto, solitamente, Liam per colpa del suo orgoglio faceva sempre finta di cercare qualcos’altro e lasciava la stanza in fretta e furia cercando di minimizzare il rossore che gli compariva violento sulle guance.

Il secondo avvenimento fu l’annuncio della malattia di Liv, che arrivò durante una normalissima domenica pomeriggio mentre Liam prendeva il suo the nella biblioteca. Liv entrò, gli si sedette accanto e gli porse la lettera del medico.

Liam scoprì che non gli sarebbe bastata una vita intera per finire di conoscersi. La notizia lo turbò terribilmente, e quello fu il primo momento in cui si rese conto di amare veramente la moglie.

Continuò con le sue lezioni segrete e cercò di imparare quanto più poteva nel minor tempo possibile, per quanto la sua mente ormai adulta gli permettesse. Non volle provare a leggere niente prima di aver raggiunto un livello soddisfacente, e allo stesso tempo pregava affinché la moglie non lo lasciasse prima che i suoi piani potessero realizzarsi.

Liam e Liv iniziarono a trascorrere più tempo insieme e a lasciare il lavoro da parte. Salivano e scendevano le strette strade di quella piccola città, investita dal vento freddo del nord dell’Atlantico, e si avventuravano nei campi aperti dietro casa ogni giorni dopo pranzo. Non c’era vento o pioggia, o sole troppo forte che interferisse con i loro piani. Di fronte a tanta dedizione, entrambi si chiesero perché avessero aspettato così tanto tempo per dare inizio a quella piacevole routine.

C’erano delle volte in cui addirittura lavoravano nello stesso studio, due scrivanie ai lati opposti della stanza per non distrarsi e il caminetto sempre acceso nel centro. Liam poteva finalmente vedere la moglie all’opera su quelle tanto decantate storie brevi, osservarla quando si alzava e faceva due passi fino alla finestra, piegava il collo dopo ore passate senza alzarsi dalla poltrona, o arrangiare le gambe stanche in posizioni curiose durante gli ultimi momenti della giornata.

Si facevano servire il the ogni pomeriggio nella biblioteca e lo bevevano in silenzio, o ascoltando la radio. Provavano una certa soddisfazione specialmente in inverno, quando dal fondo della valle ondate di pioggia e vento arrivavano fino alla loro casa e ululavano senza sosta per ore, fuori dalle grandi finestre incorniciate da pesanti tende rosse.

Si sentivano come dentro a un grande letto caldo, con indosso il pigiama più delicato del corredo, coccolati e al riparo dal freddo e dalla tempesta. Il calore delle lampade a gas, la morbidezza dei tappeti e il rumore rassicurante delle tavole di legno sotto ad ogni passo rendevano quell’antica villa una vera e propria casa. E davanti all’improvvisa malattia, alle scadenze importanti e alla possibilità di non poter più trascorrere molto tempo insieme dentro quel piccolo, comodo e caldo covo, tutto rientrò in una prospettiva cristallina. Niente era poi così importante come coltivare il tempo insieme, che avevano dato per scontato fino a quel momento.

Liam aveva iniziato a guardarla come se potesse scomparire da un momento all’altro. La sua compagna di vita, che anche senza conoscere la sua lingua gli parlava attraverso gli occhi, le mani e i rituali quotidiani, era lì davanti a lui. Capiva cosa volesse dire restare a guardare un foglio bianco per un’ora intera senza riuscire a scrivere una parola, o cosa significasse restare svegli tutta la notte per una consegna del giorno dopo. Conosceva l’ordine in cui gli piaceva fare colazione, pietanze in testa e il the alla fine; la classifica dei suoi programmi radio preferiti e i momenti più adatti in cui ascoltarli; in fine, ad esempio, come voleva trovare piegate le sue calze. Più Liam la guardava più si rendeva conto di non aver mai tenuto aperti gli occhi, e apprezzato quel dono che all’inizio aveva sentito come imposto.

Liv continuava la sua vita come se niente fosse. L’unica differenza era che, a quel punto, due pomeriggi della settimana erano ormai dedicati alle visite dal suo medico. Quando le fu detto che non c’era più alcun motivo per continuare con le sedute lei semplicemente annuì, lo ringraziò, e tornò a casa per finire il capitolo conclusivo dell’ultimo libro che, lei sapeva, avrebbe scritto.

Era come rapita dal suo lavoro, e non pensava più a niente se non a scrivere e a mantenere il ritmo della routine quotidiana con il marito. Sembrava non notasse di stare male e continuava a scrivere e riscrivere, ogni giorno allo stesso modo, come se niente fosse cambiato da quando si erano trasferiti in quella casa. Voleva usare il tempo che le restava per produrre qualcosa di buono.

L’indifferenza nei confronti degli stimoli esterni l’aiutava nella concentrazione, e si risvegliava da quel sonno monodirezionale quando arrivava l’ora del the, o il momento di uscire per la passeggiata dopo pranzo. Anche se aveva perso parte di quell’esuberanza dell’inizio, la vitalità del suo giovane spirito era rimasta invariata. Era concentrata ormai solo sulla produttività che le restava da bruciare e sui momenti della quotidianità di cui avrebbe sentito più la mancanza.

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Liam non fece in tempo né a leggere né a scrivere alcun messaggio di auguri, perché Liv morì qualche giorno dopo aver inviato la bozza del suo ultimo romanzo all’editore.

Il giorno dopo la sepoltura si ritrovò nello studio della moglie circondato dai suoi libri. Seduto sulla vecchia poltrona dove Liv solitamente leggeva per un’ora subito dopo colazione, teneva tra le mani una busta che gli era stata consegnata dal notaio qualche ora prima. Trovò all’interno un messaggio e quella che sembrava una morbida risma avvolta da della carta crespa color ciclamino. Il messaggio era breve e lo invitava ad aprire il regalo, e a “godersi la storia”.

Liam ebbe per un attimo uno strano presentimento; e dovette congratularsi con il proprio istinto quando si trovò per le mani una copia dell’ultimo romanzo di Liv, in lingua originale e con a fronte una traduzione per lui. Sulla prima pagina c’era una nota che diceva: “È da quando ti ho sorpreso per la prima volta con uno dei miei libri in mano che ho capito che un giorno saresti stato capace di leggere le mie storie. Non credo sarò ancora in circolazione per allora, e spero che questa copia possa esserti d’aiuto nella tua lettura. Per quanto sappia quanto disdegni le traduzioni, metti da parte i pregiudizi per una volta, e lascia che questo esempio ti guidi.”

Liam capì dalla prima pagina che quella era la storia di loro due, che Liv aveva dovuto scrivere per dare vita a quello che, nella vita di tutti i giorni, credeva non fosse opportuno dire.

Non c’era pagina o capitolo che non rivelasse i veri sentimenti della moglie per lui, verso la loro vita e il loro matrimonio; i loro pomeriggi a casa, le loro passeggiate in campagna e tutti quei momenti di cui avevano fatto tesoro fino alla fine.

Quei due personaggi erano loro: il marito silenzioso e serio, perso nella sua educazione antiquata; e la moglie era lì, e gli stava dicendo quanto l’avesse amato. Si scusava per non averlo mai detto ad alta voce, o per non averlo scritto, o averlo reso più chiaro attraverso un abbraccio o uno sguardo più lungo e meno timido del solito.

Non era stato il limite della lingua a tenerli distanti, come per tanto tempo avevano entrambi pensato, ma il dare per scontata una vita tranquilla, fatta di routine e di momenti piacevoli che, tuttavia, sarebbero potuti essere ancora più felici. Non avevano fatto altro che accontentarsi, senza cogliere l’occasione per abbandonare un sentiero sicuro e conquistare una strada più grande, meno tratteggiata ma con più potenziale.

Quello che più lo gettò nello sconforto, in quel momento di estremo ritardo, fu il rendersi conto che, da scrittori, non avevano mai avuto paura di avventurarsi nello sconosciuto. Non c’era stato un giorno ripetitivo nella loro carriera, non c’erano storie simili, o personaggi ricorrenti, o località che condividessero le stesse caratteristiche culturali o geografiche. Loro erano, anche se purtroppo solo nella finzione, dei veri esploratori. Avevano investigato l’animo umano, maschile e femminile, giovane e anziano; avevano viaggiato dal Sud America alle praterie della Mongolia, assaggiato cibi diversi e parlato tutte le lingue della penisola indiana; avevano corso dei rischi. Erano stati curiosi, e, soprattutto, coraggiosi in tutto quello che avevano scritto.

Si erano amati attraverso le loro storie. Tornando indietro, tutto sarebbe potuto essere diverso.

Storia di Sarah Agus.

Illustrazioni di Sujan H.