FINZIONE

onstorie_tatianaboyko_1-2

L’infanzia di Fiona era stata dorata. Fiona era cresciuta tra i disegni e le storie; documentari sui dinosauri, gite al mare e raccolte di margherite nel grande parco della città all’inizio di ogni primavera. Dai suoi genitori aveva imparato tante belle cose: come essere gentile e paziente e il rispetto verso la natura. Allo stesso modo, ammetteva di non aver ereditato da nessuno della sua famiglia d’industriali la sporca determinazione.

Le mancava quella mancanza di scrupoli che porta lontano, rende più facile e, per qualche verso, più interessante raggiungere gli obiettivi; il macinare sotto le suole gli avversari e complottare per superare qualsiasi ostacolo. A Fiona piacevano l’arte e la bellezza delle piccole cose, tutto il resto non aveva importanza; era buona come il pane e poco interessata alla straziante competizione. Tuttavia, a volte si trovava a fantasticare su come sarebbe stata la sua vita con un pizzico di coraggio in più e un po’ di morale in meno. Era un soggetto che la incuriosiva.

Oltretutto, odiava l’ingiustizia. Persino l’idea le era insopportabile, ed era la scintilla che la accendeva come una spiga arsa dal fuoco del mezzogiorno, o un bicchiere di vino rosso a stomaco vuoto a mezzanotte: esserne testimone o spettatrice la trasformava in una vera torcia. Quando c’era da intervenire per rimediare a qualche torto, arrivava a non riconoscersi più.

Arrivata a trent’anni, Fiona non aveva sul registro nessun grande successo professionale, se non una semplice lista di lavori interessanti che si erano succeduti con passo stabile nell’arco di circa dieci anni, da quando si era laureata in una facoltà altrettanto nella norma e di cui nessuno sentiva mai parlare più di tanto. Era dotata di una bellezza che le persone notavano ma che allo stesso tempo non era memorabile.

Tutti avevano sempre concordato sul fatto che Fiona fosse una bambina dai mille talenti, curiosa e con una straordinaria capacità di ascoltare e mettere in pratica senza difficoltà quello che le sue piccole orecchie tonde e vagamente a sventola ascoltavano. Scriveva, cantava, era brava nell’apprendimento delle lingue. Ma nessuna di queste doti l’aveva portata col tempo alle alte sfere della sua professione. Era un paradosso che colpiva chi l’aveva conosciuta sin da bambina. I suoi genitori si chiedevano perché Fiona non avesse un lavoro migliore, non avesse ancora comprato la sua prima casa e non ci fosse cenno nella sua vita di una compagnia maschile. A Fiona tutti questi dettagli non interessavano granché. C’era come una coltre di apatia che riposava pigramente sulla sua vita.

Fiona a volte pensava di poterci mettere un po’ più d’impegno nel rincorrere una promozione, o nel mostrare i suoi talenti all’interno dell’ufficio. Proprio non ci riusciva, però, perché c’era sempre qualcuno pronto a tutto, e molto più di lei, per fare il salto. Non era niente che non la facesse dormire di notte, o preoccupare in modo particolare, ma aveva notato quanto spesso ci pensasse, e con sempre più frequenza. Sapeva che presto avrebbe dovuto provarci sul serio, e il suo continuo procrastinare la faceva sentire a disagio, come sull’orlo di una voragine: un attacco di panico che sembrava sempre sul punto di esplodere, ma restava congelato all’altezza del cuore.

Dieci minuti prima delle cinque di un venerdì, Fiona fu chiamata dal suo capo per un colloquio faccia a faccia.

– Ho un’offerta per te, – esordì il manager generale da dentro un rigido completo blu. – Si è aperta una posizione come assistente del direttore creativo e voglio che l’abbia tu. Se ti comporterai bene, sarò felice di aiutarti ad arrivare in cima alla piramide della compagnia.

Fiona ascoltò senza capire da dietro il fossato con i coccodrilli che le pareva la scrivania di legno tra lei e il suo capo, dentro quell’immenso ufficio che si affacciava sull’incrocio più trafficato del centro. Era sicura che l’avesse scambiata per qualcun altro.

– È da tre anni che guardo come lavori, – continuò il manager, – e lavori bene, mi piacciono le tue idee; hai un grande potenziale. Ma te ne stai sempre nascosta dietro la stessa scrivania dal giorno che sei arrivata! E quando c’è un po’ di competizione te ne tiri sempre fuori.

Si alzò, e con le mani nelle tasche si sedette su un angolo della scrivania: ora la guardava dall’alto.

– Dimmi, ti piacerebbe lavorare fianco a fianco con il direttore? Nessuno cui rispondere, se non a me, e un ufficio tutto per te? A una sola condizione, – si chinò e le sorrise con aria divertita. – Devi farmi vedere quanto lo vuoi.

– In corsa con te ci saranno – solo ufficiosamente, naturalmente – altri due candidati, ma nessuno di loro due avrà quel posto. Saranno lì solo per scena. Quello che voglio da te è vederti distruggerli, in qualsiasi modo. Il posto è tuo, te lo garantisco io già da ora: è il momento che tu cresca nella compagnia.

– Purtroppo, – continuò, e assunse un’espressione sul viso che voleva sembrare contrita, – se dovessi rifiutare dovrò licenziarti. Non posso permetterti di mostrare così tanta mancanza d’iniziativa. Tre anni in un ufficio, al giorno d’oggi, sono una vita intera.

Fiona non si era mossa neanche una volta. Lo guardava con due occhi confusi, aspettando di sentirsi chiedere chi fosse e cosa ci facesse in quell’ufficio. Il manager la scosse per le spalle come per risvegliarla dal suo torpore confusionale e della sorpresa.

– C’è una scrivania pronta per te nell’ufficio con vista sul parco, proprio affianco al mio. E non ti sto chiedendo molto, no? Tu dammi un po’ di spettacolo, facci divertire. E io ti premio con quello che penso che un talento come il tuo si meriti.

Fiona non sapeva perché le stesse riuscendo così bene; molto meglio di quanto non si sarebbe mai immaginata. Inconsciamente, era semplicemente la consapevolezza di avere un alleato in una missione tanto strana: la loro complicità segreta la faceva sentire protetta, come qualcuno che le guardava continuamente le spalle, una rete nel vuoto.

I suoi avversari erano stati selezionati accuratamente e, come l’era stato garantito, nessuno dei due costituiva una vera minaccia per la corsa verso la promozione. Da una parte Fiona aveva a che fare con una ragazza di qualche anno più grande di lei e con molta più esperienza. Dall’altra, con un ragazzo più giovane che fino a quel momento aveva lavorato solo come assistente e che non aveva la più pallida idea del perché gli fosse stata offerta quell’opportunità. Fiona si sentiva nel mezzo e, più i giorni passavano, meglio capiva con quale intelligenza e cura il suo capo avesse architettato l’intero piano.

S’incontravano in segreto ogni sera, un’ora dopo la chiusura, quando ormai l’ufficio era buio e l’unica luce proveniva da una calda lampadina dorata che pendeva sulla grande scrivania del loro primo colloquio. Durante questi incontri c’era poco, nell’uomo che aveva dinanzi, del superiore che conosceva: era più un mentore, dispensava consigli e le rivelava i piani e le strategie segrete degli altri due concorrenti.

Fiona iniziò a prenderci gusto. Aveva una scusa da ripetersi come un mantra quando si sentiva colpevole per aver nascosto i progetti dei suoi colleghi o per averli distrutti; o per il suo anticipare tutte le loro mosse grazie alle dritte di quel prezioso alleato segreto. Anche se sapeva che in fondo era solo una scusa, come giustificazione la faceva sentire meglio. Quel “non hai scelta,” o, anche, “non sei da sola, lui è qui per aiutarti,” fino ad arrivare a “quel posto è già tuo, devi fare del tuo meglio almeno questa volta,” erano sempre un conforto, persino nei momenti di maggior vergogna.

Pensava ai suoi genitori e di come l’avrebbero guardata diversamente se avessero saputo. E quando era lei stessa a guardarsi allo specchio o si sentiva parlare, non sempre riconosceva quel viso, e quella voce così stranamente decisa e tagliente.

I sensi di colpa e la vergogna andavano sfumandosi man mano che si sentiva più vicina al traguardo. Infine, dopo quattro mesi di sotterfugi e i nervi ormai ridotti a pezzi degli altri due candidati che non capivano come la tanto buona e tranquilla Fiona si fosse potuta trasformare in un tale mostro d’ambizione, il capo annunciò la promozione della sua protetta.

Il giorno prima della firma del nuovo contratto Fiona era una persona diversa. Si sentiva forte, imbattibile e sicura, e non le importava più l’opinione degli altri: l’unica che contava era quella del suo capo, il resto del mondo sembrava non aver più una voce. Era più diretta, non c’era più filtro tra cervello e bocca. Non aveva più difficoltà a essere sincera. Sapeva di aver tradito se stessa, ma ricordava con freddezza la Fiona del passato. Se all’inizio di quello strano gioco si era vergognata di quello in cui si stava trasformando, in quel momento provava disgusto nel rivedersi così silenziosa e pacata, noncurante del suo futuro e della sua carriera; così noiosa e banale.

Fiona, seduta accanto alla segretaria, aspettava che il capo la facesse entrare per la firma del contratto. Davanti a lei si estendeva l’intero ufficio con i suoi colleghi: tutti, dentro quella stanza enorme, la guardavano con occhiate curiose e incredule, quasi divertite; come se non ci credessero e non sapessero cosa aspettarsi, spettatori di un dramma televisivo in diretta dalle loro scrivanie.

Fiona era stata per mesi l’oggetto di discussione preferito di tutta la compagnia: dalle segretarie ai corrieri-espresso, tutti avevano avuto da dire su ogni sua mossa. C’era stato chi aveva preso le sue parti e altri che avevano giurato di non rivolgerle mai più la parola. “Strano come tutti ti amino quando sei buona e tranquilla, e come poi abbiano subito i coltelli alla mano appena inizi a dire la tua,” pensava lei guardando con aria di superiorità davanti a sé.

Un campanello squillò e fu ammessa nell’ufficio, ma del manager non c’era traccia. Al suo posto c’era una donna dall’aspetto severo con indosso un completo costoso e grandi perle alle orecchie.

– Fiona, siediti pure, – disse indicando una sedia e sedendosi sul bordo della scrivania di fronte e lei. – Il tuo capo ha avuto un problema all’ultimo minuto e ho dovuto prendere il suo posto. Sono la direttrice delle risorse umane della compagnia.

Fiona strinse una mano davvero forte, non come la sua. Quella donna era nata forte e si vedeva in ogni suo gesto, sguardo e movimento del suo corpo. In lei non c’era finzione. Fiona pensò che quello fosse il viso più illeggibile che avesse mai incontrato.

– Parlami di te Fiona, – disse fissandola negli occhi.

Fiona sentì che una crepa iniziava ad aprirsi in lei, e un terrore gelido e incandescente allo stesso tempo le agitava il respiro. Ma era decisa a non crollare; neanche se, nel giorno più importante della sua vita, il suo alleato era sparito lasciandola da sola con il vero squalo. “Ce l’hai già fatta,” si disse, “questa sei tu. Non permetterle di mettersi tra di te e quello che ti spetta.

Mentre parlava, vide un sorriso gentile comparire sul volto della donna elegante seduta davanti a lei, ma andò avanti imperturbabile citando uno dopo l’altro i suoi meriti professionali, i suoi punti di forza, le sue ambizioni per il futuro e di quanto avesse lavorato duramente per quella promozione. L’ultima trovata la fece sentire particolarmente soddisfatta, proprio come se avesse combattuto guerre intere per trovarsi lì su quella sedia, pronta a firmare una carta che avrebbe dato una svolta alla sua vita e che le avrebbe aperto la porta del successo.

Poi la signora alzò un dito; le sorrise e le poggiò una mano sul braccio.

– Non c’è bisogno che tu continui, – disse guardandola negli occhi, – credo sia abbastanza. Non è difficile rendersi conto di come una posizione di questo livello non faccia per te.

Fiona l’osservò senza riuscire a muoversi. Aveva paura persino di respirare, nel caso non fosse stato quello che la donna delle risorse umane si aspettava da lei. La crepa aveva cominciato ad aprirsi e una sorta di gelo anestetico si stava disperdendo in tutto il suo corpo. L’unica cosa che riuscì a dire fu:

– Io non capisco…

La donna nel tailleur si alzò e si sedette accanto a lei. Avvicinò la sua sedia a quella di Fiona e la prese per mano.

– Quello che intendo dire è che la persona di cui stai parlando non sei tu, Fiona; e non c’è verso, te lo assicuro, che tu possa convincere nessuno qua dentro del contrario, tanto meno me. Le persone non si trasformano: possono migliorare o peggiorare, ma non si trasformano in qualcosa che non sono.

Non posso dare una responsabilità così grande a una persona che finge di essere qualcun altro, o a una ragazza riservata e gentile come te. Perché tu sei così, o no? Non penso di sbagliarmi: è da vent’anni che leggo ogni giorno dentro persone che fingono di essere diverse per farsi assumere, o per dare una svolta alla loro vita. Per questo dico che non ha senso recitare, perché tu sei come sei, e quello che sei non è compatibile con quello che vuoi in questo momento. Sempre che tu lo voglia davvero.

onstorie_tatianaboyko_2-2

Fiona si sentiva leggera: un po’ tramortita, ma liberata da un peso che da mesi le era dentro il petto tanto pesante, una droga che sta stata soprattutto fonte di forza. Dentro di lei c’era stata una guerra tra due personalità così diverse che ormai non potevano più condividere lo stesso corpo; e sentì, in pochi istanti, la vecchia se stessa che riprendeva il controllo invadendo ogni angolo della sua anima, facendosi largo, illuminandola a ondate come una tenda leggera aperta e svolazzante su un giardino pieno di sole.

– Ho letto il tuo profilo e ho visto quante buone idee e talento ci sono nei tuoi progetti, – continuò l’altra, – e ti avrei potuto vedere in una posizione simile tra qualche anno, forse, ma solo se tu fossi stata veramente te stessa, e non una stupida scimmia ammaestrata.

La donna si alzò, si mise la pelliccia sulle spalle e si appese una luccicante borsetta al braccio. Una morbida sciarpa di seta le avvolse il collo. Aprì la porta dell’ufficio e sparì, risucchiata dal labirinto delle scrivanie e dal rumore delle stampanti all’opera.

Storia di Sarah Agus.

Illustrazioni di Tatiana Boyko