RESPONSABILITA’

Rose

Rose sedeva alla sua nuova scrivania, un pezzo vecchio di fine ‘800 decorato in oro zecchino e argento, e sorrideva mentre guardava quelle vecchie facce che le turbinavano attorno come uno stormo di piccioni davanti a dei resti di picnic: sembrava di essere al centro di una coreografia da balletto. Tuttavia, Rose sapeva di non essere oggetto d’amore per nessuno attorno a lei. Era passione, senza dubbio, ma di un genere diverso.

Non erano passati che cinque minuti da quando l’intera squadra dei suoi consiglieri privati era stata licenziata su due piedi e da quando Rose aveva ufficialmente preso il suo posto a capo del governo regionale.

– Signori, non ho tempo da perdere con capricci del genere. Avete un minuto di tempo per lasciare questa stanza, o ci penserà la sicurezza. – Rose si alzò, e a spintoni si fece largo fino alla porta che dava sull’ufficio della sua segretaria.

– Chiami subito il capo dell’amministrazione e prepari un altro di quei documenti di licenziamento, – aggiunse rigirandosi. – Anzi, ne prepari un centinaio.

La segretaria, che aveva occupato quella posizione per trent’anni, non avrebbe mai detto che sarebbe arrivato un giorno del genere nella politica di quella “mediocre isola nel mezzo del mare”, come l’aveva sempre definita.

Dalla sua scrivania poteva sentire tutto quello che succedeva nell’ufficio del nuovo governatore. Quel giorno non passarono più di dieci minuti senza sentire le urla, le minacce e le lamentele dei dirigenti, segretari, manager e burocrati che come lei avevano trascorso gran parte della loro carriera dentro le numerose mura del palazzo della regione. Non ci voleva un esperto per capire che un’ondata di cambiamento si era appena abbattuta su quell’antico, bianco calcareo, ricco forte del potere.

La segretaria era una donna come tante su quell’isola che poi, essendo la seconda più grande di quel mare in mezzo alle terre, tanto mediocre non era. Aveva seguito la carriera della madre, e della nonna prima di lei, sempre nello stesso ufficio e a servizio della stessa persona, il governatore dell’isola. Sin da bambina aveva sentito storie straordinarie di personaggi altrettanto caratteristici che avevano lavorato in quell’ufficio prestigioso e che avevano varcato quella soglia per onorificenze e incontri segreti. Era come essere spettatrice di una telenovela che andava in onda ogni giorno per tutto il giorno. Oltretutto, nel fine settimana poteva sempre fare affidamento sul giornale regionale che, quanto a fantasia, anch’esso arrivava a livelli da dramma d’opera.

Su quel giornale fondato quasi due secoli addietro si raccontavano principalmente storie di politica, accordi, alleanze, tradimenti e condanne. Erano giochi di potere tra personaggi non molto svegli e con manie di onnipotenza, mossi da ambizioni di ricchezza e non di certo da un desiderio morale di vedere i loro conterranei vivere in una terra regolata dalla giustizia e dall’uguaglianza. I soliti politici insomma. Ma la caratteristica che più lasciava interdetti i turisti che s’informavano sulla sua storia, o chiunque attraccasse da fuori sulle rive del mare o sui moli dell’enorme porto della capitale, era che nessuno di loro fosse nato, cresciuto o avesse mai lavorato sull’isola. Erano semplici burattini, amici di amici, i soliti figli e parenti-di. Vivevano sui colli più alti della capitale in attici con vista a trecentosessanta gradi sull’intera città, mangiavano con i soldi pubblici nei ristoranti migliori e scorrazzavano in direzione delle località turistiche più famose a bordo di auto da corsa, pagate anche quelle con soldi altrui.

La popolazione si divideva tra le quattro città principali e la campagna. Le città andavano avanti principalmente per mezzo di aziende a conduzione familiare e delle sedi locali delle multinazionali estere con i loro impiegati sottopagati, mentre le campagne cercavano di fare del loro meglio con l’agricoltura, l’allevamento e l’artigianato. Il turismo era il biglietto d’oro per chiunque abitasse su quella terra selvaggia, incorniciata da spiagge incontaminate e abitata da un popolo antico quanto la propria isola. Senza turismo non ci sarebbe stata vita, e senza turisti dal continente durante le stagioni più belle non ci sarebbero stati i mezzi per sopravvivere all’inverno, così umido sulla costa e così rigido nell’entroterra.

Giovani non ce n’erano più. O meglio, erano rimasti quelli che non potevano permettersi di emigrare nelle grandi città dall’altra parte del mare. Chi restava andava avanti per inerzia, in quel sistema regolato dalla capitale della nazione anch’essa oltre l’orizzonte, ignorante su cosa significasse essere isolani e, soprattutto, incurante.

Nessun membro della classe politica si preoccupava troppo di possibili cambiamenti nell’ordine delle cose: quei cittadini, campagnoli, vecchi senza bastone avrebbero continuato a vivere a testa bassa sentendosi ripetere che tutto andava bene, che c’erano sensazionali progetti per il miglioramento delle infrastrutture regionali e che i nuovi accordi con le linee aeree avrebbero rilanciato il turismo.

Non era chiaro se l’isolano medio ci credesse veramente o se facesse finta per sopravvivere; non c’era molto che potesse aiutarlo ad aprire gli occhi. Né i media, né i suoi rappresentanti avrebbero mai raccontato la verità, o dato un esempio di cosa quel piccolo pezzo di paradiso sarebbe potuto diventare con qualche, addirittura, minimo cambiamento. L’unica speranza per quella terra antica erano i giovani che osservavano da fuori: loro sì che sapevano cosa volesse dire avere un’alternativa. Per chi viveva sull’isola, tuttavia, era come essere un nobile in rovina che ammira i suoi gioielli più belli annerirsi, gli argenti consumarsi, ogni giorno un po’ di più.

Dodici ore dopo il primo incontro della mattina con i consiglieri, Rose era ancora nel suo ufficio. Seduta sul vasto tappeto che copriva la maggior parte delle antiche tavole di legno del pavimento e accanto all’enorme, marmoreo caminetto pieno di spessi tronchi di castagno in fiamme, era circondata dalla squadra dei suoi nuovi ministri.

La squadra si era formata due anni prima con un anno di anticipo sull’apertura della campagna elettorale per il nuovo governo dell’isola ed era composta da otto esperti sotto i trent’anni. Oltre a Rose, con un trascorso accademico in filosofia e scienze politiche, c’erano un’economa, un avvocato, una programmatrice informatica e uno studioso di scienze agricole. Qualche mese dopo si erano aggiunti due archeologi e una manager di marketing. Erano tornati sull’isola per un’idea che li aveva riavvicinati per la prima volta dai tempi delle scuole superiori; dagli anni d’oro di quel gruppo di amici che poi si era frammentato per cercare un futuro migliore altrove.

Provenivano da realtà familiari diverse: antiche famiglie della capitale, ricchi proprietari terrieri, impiegati regionali e cassa integrati. Quello che legava gli otto ragazzi non erano solo la loro lungimiranza o la cultura forgiata nelle università migliori del continente, ma anche la loro esperienza in entrambi i mondi: l’isola e la terra che si estendeva al di là del mare. Sapevano cosa significasse essere ossessionati da quel paragone; trovarsi in una condizione di prosperità e allo stesso tempo non sentirsi in pace pensando a chi restava sull’isola, senza mezzi per avere una vita felice.

– Sarebbe utile fare un riassunto di quello che è successo oggi e cercare di vedere se nei prossimi giorni sarà possibile attenersi al calendario che abbiamo concordato, – disse Rose. Aprirono tutti le loro cartelle per consultare gli appunti della settimana.

– Quindi, oggi ci siamo liberati della polvere dentro questo palazzo, – continuò, – ma nel resto della settimana bisognerà fare pulizia nei vari ministeri e ognuno di noi avrà il suo da fare. Ricordate di partire sempre dalla cima: tagliate la testa e ne seguirà il corpo. Sarà importante non rilasciare nessuna dichiarazione pubblica al riguardo, almeno fino al discorso generale di domenica sera. Per il momento è necessario che tutti pensino che ci stiamo attenendo al programma presentato durante la campagna elettorale. La stampa è sotto controllo? – chiese Rose alla programmatrice. Lei annuì.

– Per fortuna è stato più facile del previsto, – rispose l’altra sorridendo, divertita e incapace di contenere la propria incredulità mentre raccontava. – Quasi mi dispiace di non aver distrutto tutti quegli archivi prima. Quegli idioti delle redazioni operavano con il sistema anti hackeraggio più elementare che abbia mai visto in vita mia, una vera vergogna. Avere un autore di fantascienza al mio fianco, in questi giorni, non sarebbe male: in fondo, se dobbiamo inventarci delle notizie per tappare i buchi, tanto vale che siano belle storie.

Tutti risero, nervosamente. Il nuovo ministro dell’agricoltura si rivolse a quello della giustizia.

– Qual è il protocollo in caso di ordini dal continente? Quelli arrivati oggi sono abbastanza chiari: manderanno qualcuno per incontrare il gabinetto e avere delle spiegazioni.

Il collega avvocato gli strizzò un occhio. Con quella camicia sportiva dalle maniche arrotolate fino ai gomiti e i capelli ribelli, sembrava ancora più giovane dei suoi ventisette anni.

– Questa regione è più autonoma di quanto si fosse mai pensato, – rispose il secondo, – e nessun presidente può imporci di cambiare i nostri piani: siamo stati eletti e questo è il nostro mandato. In altre parole, facciamo quello che ci pare.

Secondo, le forze dell’ordine sono dalla nostra parte; nessun leader politico metterà piede su quest’isola fin quando non lo decideremo noi.

Si girò verso la sua compagna, la ministra dell’economia.

– Dare fiducia all’esercito è stata una buona idea, avevi ragione. Sono militari giovani, e appena ci saremo liberati di questi capitani e colonnelli fascisti tutta l’organizzazione riacquisterà fiducia nella politica dell’isola. Se tutto va secondo i piani, – e tornò a rivolgersi alla squadra, – in meno di un anno ogni funzionario pubblico comincerà di nuovo a lavorare per il bene comune.

La programmatrice informatica alla sua destra alzò il pollice e annotò i dettagli sulla sua agenda. Scrivere a mano e la mancanza di uno schermo davanti agli occhi le aveva fatto venire mal di testa.

– Questa sì che è una bella storia di fantascienza da condividere con i lettori.

Il ministro della giustizia guardava Rose, che annuiva tra sé e sé, ma sembrava avere la testa da un’altra parte.

– Quando inizi a scrivere il discorso per domenica? – le chiese.

– Il prima possibile, – rispose lei. – Sarà interessante leggere le notizie sulle prime pagine dei giornali, lunedì prossimo. Le notizie vere, s’intende. Ma ho fiducia nella gente, loro sanno che siamo come loro; e dalla loro parte, soprattutto. E se davvero hanno un minimo di lealtà e di amore verso quest’isola, allora ci daranno una possibilità.

Era una bella domenica, con un sole forte e senza vento. Rose ebbe un accenno di senso di colpa al pensiero di rovinare una giornata così rara, alla fine di Gennaio, a quel milione di persone che avrebbero ascoltato il suo discorso. C’era un silenzio strano fuori dalla finestra dell’ufficio con un’ampia vista sul porto, sul mare e sulle forme del golfo oltre il blu, evanescenti nel vapore color acquamarina dell’alba invernale.

Erano le otto. Rose accostò il viso al vetro della finestra e chiuse gli occhi per assorbire un po’ di calore. Nemmeno un battito d’ali di gabbiano o il rumore di una macchina riuscì a penetrare il forte silenzioso della domenica mattina. Con gli appunti del discorso nelle mani, Rose notò come quelle tremassero; e come il battito accelerato del cuore sembrasse collegarsi a esse, generando un cavo unico di tensione, puro terrore, insicurezza e nausea.

“Emma saprebbe gestire la pressione molto meglio,” pensò Rose.

La decisa, fredda e precisa Emma che sapeva tutto di economia, numeri, finanza; su come fare i soldi e non aver scrupoli quando necessario. Emma, che peraltro era così bella con i suoi lunghi capelli color miele e la pelle dorata; minuta ed elegante, gli orecchini di perle sempre al loro posto. Un’immagine così ingannevole di dolcezza e femminilità che l’aveva sempre vinta nel mondo degli affari regolato da uomini in completi seri e scuri, convinti di essere imbattibili nella loro corazza di seta e pelle e acqua di colonia. Nessuno era più intelligente di Emma, o sicuro di lei. Emma guardava sempre dritto negli occhi di chi aveva davanti, senza sorridere, e faceva sempre centro.

Rose andò indietro con la memoria a quel pomeriggio dell’anno precedente quando si erano incontrate da sole in un piccolo bar del centro storico, in un viottolo nascosto dalle strade dello shopping.

Rose era arrivata per prima, con i lunghi capelli mossi e scuri che le coprivano le spalle e un completo nero di giacca e pantaloni, una camicia bianca e inamidata sotto. Rose era come il suo completo di lavoro, semplice e candida. Cercava di vedere il mondo in bianco e nero e, quando non ci riusciva, tornava sempre indietro dai suoi maglioni grigi di cashmere, proprio come i suoi testi di filosofia le avevano insegnato. Niente trucco, che le sembrava sempre una maschera pesante come un macigno sulla sua pelle sensibile.

Emma era arrivata qualche minuto dopo in un abito di seta anni cinquanta e un rossetto rosso ciliegia che si abbinava bene ai suoi occhi nocciola.

Ordinarono due caffè ed Emma chiacchierò per un po’ del più e del meno, come se si trattasse di un riscaldamento: dall’invito dell’amica, aveva capito che non sarebbe stata un’uscita di piacere. Rose le sembrò turbata e impaziente.

– Mi devi aiutare, – aveva detto Rose evitando di guardarla negli occhi. – Da sola non ce la posso fare. Non posso essere io il presidente del partito.

Emma l’aveva guardata esterrefatta, sbigottita, con un’espressione tipica di chi non ha mai dubbi sulle proprie capacità.

– Non sono abbastanza forte per questo lavoro; e neanche bella. – aveva continuato. – La gente si fa convincere da chi parla bene e ha un bell’aspetto, e io non ho nessuno dei due. Tu, invece, li hai entrambi. Perché non prendi il mio posto?

Emma aveva notato, in quei sei mesi trascorsi insieme, le sfumature della personalità di Rose. Era troppo sensibile, spesso persino paranoica, ossessionata dal giusto e dallo sbagliato. Era sospesa tra la sua vera se stessa e un alter ego più risoluto e coraggioso, ancora più bianco e nero. Quel genere di conversazioni aveva luogo quando la vera Rose prendeva il controllo su quella del partito, la metà che prendeva vita durante le riunioni e che doveva mantenere l’ordine e il controllo per il successo della missione.

Emma e il resto della squadra avevano i loro dubbi, a volte, sulle sue capacità di leader, ma non erano mai arrivati a suggerire un cambiamento nella struttura della squadra.

Rose era perfetta come faccia del loro movimento. Si proponevano come un’alternativa allo status quo diversa da qualsiasi esempio del passato, e alternativo sarebbe dovuto essere anche il volto della loro idea. Rose non era un leader senza macchia e senza paura, ma un perfetto antieroe: era trasparente, sincera, e quelle che a lei sembravano debolezze erano agli occhi di chi la guardava simboli di onestà. Quella era la forza del movimento, mettere da parte qualsiasi finzione.

Emma pensava sempre che in fondo era un paradosso interessante, quel loro blaterare su onestà e trasparenza quando, nell’ombra, erano a lavoro sulla bugia più grande mai raccontata al popolo di quell’isola; e, certamente, quella che sarebbe stata ricordata come più memorabile nella storia della politica in generale.

– Rose, – aveva detto prendendole le mani, – io non potrei farcela. Almeno, potrei ma non seguendo la linea che abbiamo concordato col gruppo. Sarò al tuo fianco come manager della campagna elettorale e farò tutto il possibile per aiutarti, e per vedere i nostri obiettivi realizzarsi: ma non prenderò il tuo posto. Non è nell’interesse del partito. Tu, al contrario, sei questo movimento: nessuno può guidarlo meglio di te. È ora che tu inizi a convincerti.

Aveva mentito a un’intera regione, pensò. Aveva promesso riforme che non avrebbe mai cominciato, ed era stato così facile! Al pensiero di quei poveri contadini, di quei giovani senza alcuna speranza, degli anziani rimasti senza un soldo e dei malati senza medicine che avevano creduto a tutto e che da lì a qualche ora…

“Cosa?” pensò Rose, “che cosa faranno? Anche se decidessero di dare fuoco al palazzo della regione, sarebbe comunque un passo in avanti. Sarebbe almeno una reazione adeguata, e la prova che ci serve che questa gente è ancora capace di provare dei sentimenti.

Characters

Era stata un’idea troppo brillante per metterla da parte senza darci almeno un’occhiata. Rose aveva pensato alla doppia campagna elettorale mentre era ancora sul continente, e nel giro di una mezz’ora aveva messo insieme su un foglio di carta la squadra dei ministri dei suoi sogni. Si erano riuniti due settimane dopo e a un mese di distanza erano già tornati tutti a casa; senza un impiego e senza alcuna certezza, se non quella di essere a lavoro su qualcosa di assurdo, che nessuno aveva tentato mai.

Di lì a due anni ci sarebbero state le elezioni regionali e loro si sarebbero candidati con il loro nuovo partito presentando un programma standard: classiche riforme economiche, classiche riforme sullo sviluppo e classiche riforme sulla giustizia e la sicurezza. Con l’arrivo in squadra di un’esperta di marketing avevano costruito senza alcuna difficoltà un vero e proprio marchio e movimento, in cui ognuno di loro rappresentava un archetipo. Ogni membro del gruppo recitava così un personaggio diverso, in modo che ogni spettatore potesse riconoscersi in almeno uno di loro. O in più di uno di loro, a seconda della necessità. Rose era la saggezza, Emma il potere, Andrea la giustizia, Julia la tecnologia e Charlie la natura. Francis la bellezza e Robert e Maggie, che avevano lasciato degli scavi in un deserto lontano, l’Isola stessa con la sua storia, identità e tradizioni.

Essere così giovani e con una carriera brillante alle spalle li aveva aiutati; così come la stima di cui godevano le loro famiglie e che tutti, nella capitale e nel resto dell’isola, conoscenti e amici stretti, avevano potuto confermare. Il grande pubblico, nell’Isola e nel resto del paese, aveva seguito con il fiato sospeso quell’avventura fino all’ultimo spoglio ai seggi.

Il partito diventò il caso dell’anno nel giro di qualche mese: tutti sapevano chi erano e cosa offrivano all’isola, e un senso di novità, freschezza e voglia di tornare alle urne dopo anni di apatia si risvegliò improvvisamente nelle anime dei fattori, dei giovani universitari, preti e pescatori, dei negozianti e degli insegnanti. Rose non riusciva a credere che fosse bastato così poco per arrivare così lontano, ma sapeva anche che era a causa del senso di disperazione di quel popolo che per secoli era stato rappresentato da stranieri e che mai, fino a quel momento, aveva avuto una vera alternativa; qualcuno in cui credere, un movimento a cui affidare tutte le proprie speranze; un gruppo di menti giovani, intelligenti e piene di passione che li facesse sentire di nuovo vivi, felici di abitare su quell’angolo di paradiso in mezzo al mare.

Guardare quelle facce speranzose sorridere e gridare il proprio supporto aveva richiesto nervi molto saldi. Mentire deliberatamente in faccia ad anime così innocenti, del tutto ignare del loro piano, la faceva sentire ogni giorno un po’ più crudele. Resisteva soltanto perché teneva a mente, ogni secondo che passava, giorno e notte, il motivo per cui avevano iniziato. Anche dopo anni di studio nel campo della filosofia morale, Rose ancora non sapeva come sentirsi nei confronti della bugia per scopi superiori. Avevano deciso consciamente di porsi al di sopra di tutti, di mentire e di abusare del loro potere: era ovviamente l’unico modo per rivoluzionare quel piccolo mondo. Ma se un Dio o una forza superiore fossero veramente esistiti, avrebbero veramente dato a loro la responsabilità di una missione simile?

All’inizio avevano decisero che una volta vinte le elezioni avrebbero rivelato il loro segreto agli abitanti dell’isola, non avrebbero guardato in faccia niente e nessuno e avrebbero asfaltato quel deserto vecchio e sterile di centinaia di anni senza guardarsi indietro. Poi, l’idea del referendum aveva cominciato a farsi largo.

Era stata Rose a suggerirla, a qualche mese dalle elezioni. Per quanto sicura delle motivazioni che la spingevano a operare attraverso una strategia tanto poco ortodossa, non avrebbe mai potuto sostenere l’ascesa di una dittatura.

Aveva proposto di continuare con la doppia campagna, arrivare alle elezioni e, in caso di vittoria, rendere noto il loro vero piano di sviluppo. Avrebbero quindi offerto ai cittadini una possibilità di intervento: se in due anni e mezzo, ovvero la metà del mandato, non ci fossero stati segni di progresso, il partito avrebbe volontariamente abbandonato le redini del governo regionale. In caso contrario, dietro autorizzazione popolare, si sarebbe andati avanti fino alla fine del mandato e, al suo termine, ci sarebbe stato un referendum, che avrebbe quindi chiesto agli isolani qualcosa di molto semplice: restare dipendenti dalla nazione o combattere per l’indipendenza?

Ritornare alla politica precedente e rimettere l’isola nelle mani dell’opposizione o dare fiducia ai giovani dell’isola per un secondo mandato e tutto un futuro di autonomia dai vincoli del continente?

Erano un gruppo giovane alle prese con un approccio che per necessità era in bianco e in nero, e allo stesso tempo ricco di mille sfumature di grigio. Come capire quando allentare la presa sulle rigide regole stabilite insieme per dare un momento di respiro alla gente che li guardava, e quando tirare dritto senza dare ascolto a voci esterne? Quanto ci avevano visto giusto quando avevano deciso di auto-eleggersi capi assoluti, e quanta fiducia era giustificabile dare a un popolo che non aveva mai camminato con le proprie gambe? Quanto affidarsi alla democrazia, sogno ingenuo e infantile, e quanto tempo ed energie investire per convincere quell’isola a fare affidamento su un sistema di governo più sicuro ed efficiente?

Avevano fatto bene a mentire? Di quello erano tutti convinti. Si sarebbero visti ridere in faccia se avessero promosso apertamente le loro idee più originali, lungimiranti e praticabili. Troppa positività, troppa fantasia!

Quando interrogati su cosa li avesse spinti sul sentiero di una missione così estrema, avrebbero risposto che avevano semplicemente deciso di accollarsi le loro responsabilità. Avevano abbandonato una vita sicura per tornare a casa e mettere al servizio dell’isola quello che avevano coltivato sul suolo del continente. Non erano scappati come tutti gli altri: avevano deciso di tornare per cambiare le cose.

Se non loro, chi ci avrebbe provato? Chi, se non i giovani, ha a questo mondo il dovere di spingere per il cambiamento con idee fresche, pratiche del presente e allo stesso tempo influenzate dalle tradizioni e la cultura della propria terra?

Avrebbero mai potuto lasciare quell’isola così bella e ricca nelle mani di colonizzatori e sfruttatori, schiavisti e mafiosi? O nelle mani inesperte e deboli degli anziani che erano restati; proprio loro che erano stati i primi a subire le conseguenze di tale politica mentre i figli che avevano cresciuto erano partiti per diventare servi in terre altrui, schiavi e dipendenti per non aver saputo alzare la testa e chiedere di meglio. “Se devo essere infelice,” pensava sempre Rose, “sarò infelice a casa mia, e sarà stata una mia scelta.”

Alle otto del mattino nel suo ufficio nuovo, nel silenzio di Gennaio, più Rose ripensava ai due anni appena trascorsi, più riacquistava fiducia. Capì che fino a quel momento non si era mai resa conto di quanto amasse davvero quella gente e quella terra; di quanto fosse stata capace di rischiare tutto per loro e di come, se fosse tornata al punto di partenza, avrebbe fatto tutto di nuovo e pari passo. Aveva sì mentito, ma da lì a cinque anni avrebbe anche dato a un milione di persone una possibilità di scelta vera; tra progresso e regresso, avanti o indietro. Sarebbe stata onesta durante il discorso, e sapeva che avrebbe pianto. Aveva fiducia in quello che avrebbero potuto fare per il loro mondo, perché le loro intenzioni erano sincere. Tutti loro lo erano.

Avrebbero chiesto perdono, ma allo stesso tempo avrebbero spiegato i motivi che li avevano costretti a seguire una strada così non convenzionale. Avrebbero deluso e perso il supporto delle menti più pigre, quelle abituate all’indifferenza e all’esclusione a priori d’idee portatrici di quesiti morali più complessi di quelli proposti dalla quiete delle loro giornate da spettatori. Rose sapeva che ne avrebbero incontrati tanti. Ma avrebbero deluso, per poi conquistare, chi si sarebbe voluto rendere conto di avere un’alternativa, chi avrebbe aperto entrambi gli occhi per vedere che, quello che c’era, non era in fondo una realtà così immutabile.

Storia di Sarah Agus.

Illustrazioni di Eleni Kalorkoti.