RESPONSABILITA’


Rose sedeva alla sua nuova scrivania, un pezzo vecchio di fine ‘800 decorato in oro zecchino e argento, e sorrideva mentre guardava quelle vecchie facce che le turbinavano attorno come uno stormo di piccioni davanti ai resti di un picnic. Rose tuttavia sapeva di non essere l’oggetto di contenzione per nessuno attorno a lei: era passione, senza dubbio, ma di un genere diverso.

Non erano passati che cinque minuti da quando l’intera squadra dei suoi consiglieri privati era stata licenziata su due piedi e Rose aveva preso il suo posto a capo del governo regionale.

“Signori, non ho tempo da perdere con capricci del genere. Avete un minuto di tempo per lasciare questa stanza, o ci penserà la sicurezza.

Rose si alzò, e a spintoni si fece largo fino alla porta che dava sull’ufficio della sua segretaria.

“Chiami subito il capo dell’amministrazione e prepari un altro di quei documenti di licenziamento. Anzi,” aggiunse rigirandosi, “ne prepari un centinaio.

La segretaria, che aveva occupato quella posizione per trent’anni, non aveva mai creduto che un giorno simile sarebbe arrivato nella politica di quella ‘mediocre isola nel mezzo del mare’, come l’aveva sempre definita. Dalla sua scrivania poteva sentire tutto quello che succedeva nell’ufficio del nuovo governatore; quel giorno non passarono più di dieci minuti senza sentire le urla, le minacce e le lamentele dei dirigenti, segretari, ministri e burocrati appena licenziati che come lei avevano trascorso gran parte della loro carriera tra quelle mura. Non ci voleva un esperto per capire che un’ondata di cambiamento si era appena abbattuta su quell’antico, bianco calcareo, ricco forte del potere.

La segretaria era una donna come tante su quell’isola che, poi, essendo la seconda più grande in quel mare tra le terre, tanto mediocre non era. Aveva seguito le orme della madre, e della nonna prima di lei, sempre nello stesso ufficio e a servizio della stessa persona. Sin da bambina aveva sentito storie straordinarie di personaggi altrettanto caratteristici che avevano lavorato in quell’ufficio e che avevano varcato la sua soglia per onorificenze e incontri segreti: era come essere spettatrice di una telenovela che andava in onda ogni giorno per tutto il giorno.

Nel fine-settimana poteva invece fare affidamento sul giornale regionale, che, quanto a fantasia, anch’esso non scherzava; sulle cui pagine si raccontavano storie di politica, accordi, alleanze, tradimenti e condanne. Erano giochi di potere tra personaggi non molto svegli, con manie di onnipotenza, e mossi da ambizioni di ricchezza e non certo dal desiderio di vedere gli isolani vivere in una terra regolata dalla giustizia e dall’uguaglianza. I soliti politici insomma.

Ma la caratteristica che più lasciava interdetti gli esterni che s’informavano sulla storia dell’isola era che nessuno di loro fosse nato o cresciuto, o avesse mai lavorato sull’isola. Erano semplici burattini, amici di amici, i soliti figli e colleghi della grande nazione madre che bistrattava l’isola da secoli, mandati oltremare a fare qualche lavoretto.  Vivevano sui colli più alti della capitale in attici con vista, mangiavano nei ristoranti migliori senza pagare e scorrazzavano nelle località turistiche più famose a bordo di auto da corsa comprate con i soldi pubblici.

La popolazione si divideva tra le quattro città principali e la campagna. Le città andavano avanti per mezzo di aziende a conduzione familiare e di sedi locali di multinazionali estere con i loro impiegati sottopagati, mentre le campagne cercavano di fare del loro meglio con l’agricoltura, l’allevamento e l’artigianato. Il turismo era il biglietto d’oro per chiunque abitasse su quella terra selvaggia, incorniciata da spiagge incontaminate, e abitata da un popolo antico. Senza turismo non ci sarebbe stata vita, e senza turisti dal continente durante le stagioni più belle non ci sarebbero stati i mezzi per sopravvivere all’inverno, così umido sulla costa e rigido nell’entroterra.

Giovani non ce n’erano più. O meglio, erano rimasti quelli che non potevano permettersi di emigrare nelle grandi città oltremare. Chi restava andava avanti per inerzia in quel sistema regolato dalla nazione madre, ignorante su cosa significasse essere isolani e, soprattutto, incurante.

Nessuno in politica si preoccupava troppo di possibili cambiamenti nell’ordine delle cose: quei cittadini, campagnoli, vecchi senza bastone avrebbero continuato a vivere a testa bassa sentendosi ripetere che c’erano sensazionali progetti per il miglioramento delle infrastrutture e che i nuovi accordi con le linee aeree avrebbero migliorato il turismo.

Non era chiaro se l’isolano medio ci credesse veramente o se facesse finta per sopravvivere. In verità, non c’era molto che potesse aiutarlo ad aprire gli occhi: né i media né i suoi rappresentanti gli avrebbero mai raccontato la verità, o dato un esempio di cosa quel piccolo pezzo di paradiso sarebbe potuto diventare con qualche, addirittura, minimo cambiamento.

L’unica speranza per quella terra antica erano i giovani che osservavano da fuori: loro sì che sapevano cosa volesse dire avere un’alternativa. Per chi viveva sull’isola, tuttavia, era come essere un nobile in rovina che ammira i suoi gioielli più belli annerirsi, gli argenti consumarsi, ogni giorno un po’ di più.

Rose

Dodici ore dopo il primo incontro con i consiglieri, Rose era ancora nel suo ufficio. Seduta per terra sul vasto tappeto e con alle spalle un  vorace caminetto marmoreo in fiamme, era circondata dalla squadra dei suoi nuovi ministri.

La squadra si era formata due anni prima ed era composta di otto giovani sotto i trent’anni. Oltre a Rose, con un trascorso in filosofia e scienze politiche, c’erano un’economa, un avvocato, una programmatrice informatica e uno studioso di scienze agricole; ai cinque si erano poi aggiunti due archeologi e una manager di marketing. Erano tornati sull’isola per un’idea che li aveva riavvicinati per la prima volta dai tempi delle scuole superiori; dagli anni d’oro di quel gruppo di amici che poi si era frammentato per cercare un futuro migliore altrove.

Provenivano da realtà familiari diverse: antiche famiglie della capitale, ricchi proprietari terrieri, impiegati regionali e cassa integrati. Quello che legava gli otto ragazzi non erano solo la loro lungimiranza o la cultura forgiata nelle università migliori del continente, ma soprattutto la loro esperienza in entrambi i mondi: l’isola e l’oltremare. Sapevano cosa significasse vivere in quel limbo, trovarsi in una condizione di prosperità e allo stesso tempo non sentirsi in pace pensando a chi restava sull’isola, senza mezzi per avere una vita felice.

“Sarebbe utile fare un riassunto di quello che è successo oggi e vedere se nei prossimi giorni sarà possibile attenersi al calendario che abbiamo concordato,” disse Rose. Aprirono tutti le loro cartelle per consultare gli appunti della settimana.

“Quindi, oggi ci siamo liberati della polvere in quest’ufficio,” continuò, “ma nel resto della settimana bisognerà ripulire i vari assessorati e ognuno di noi avrà il suo da fare. Sarà importante non rilasciare nessuna dichiarazione pubblica al riguardo, almeno fino al discorso di domenica sera. Per il momento è necessario che tutti pensino che ci stiamo attenendo al programma presentato durante la campagna elettorale. La stampa è sotto controllo?” chiese Rose alla programmatrice. Lei annuì.

“Per fortuna è stato più facile del previsto,” rispose l’altra, divertita. “Quasi mi dispiace di non aver distrutto tutti quegli archivi prima! Quegli idioti operavano con il sistema anti-hacking più elementare che abbia mai visto in vita mia, una vera vergogna. Ah, oltretutto, potrei avere al mio fianco qualcuno cui piace scrivere, in questi giorni? In fondo, se dobbiamo inventarci delle notizie per tappare i buchi, tanto vale che siano belle storie.

Tutti risero, nervosamente. Il nuovo ministro dell’agricoltura si rivolse a quello della giustizia.

“Qual è il protocollo in caso di ordini dal continente? Quelli arrivati oggi sono abbastanza chiari: manderanno qualcuno per avere delle spiegazioni circa tutti i licenziamenti di stamattina.

Il collega avvocato gli strizzò un occhio. Con quelle maniche arrotolate fino ai gomiti e i capelli ribelli, sembrava ancora più giovane dei suoi ventisette anni.

“Questa regione è più autonoma di quanto si fosse mai pensato,” rispose, “nessuno può imporci di cambiare i nostri piani: siamo stati eletti e questo è il nostro mandato. In altre parole, facciamo quello che ci pare. Secondo, le forze dell’ordine sono dalla nostra parte; nessun politico esterno metterà piede su quest’isola fin quando non lo decideremo noi.

Si girò verso il ministro dell’economia.

“Avevi ragione a dare fiducia alle leve giovani dell’esercito, è stata una buona idea. Appena ci saremo liberati di questi capitani e colonnelli fascisti tutta l’organizzazione riacquisterà fiducia nella politica dell’isola. Se tutto va secondo i piani,” e tornò a rivolgersi alla squadra, “nel giro di un anno ogni funzionario pubblico comincerà di nuovo a lavorare per il bene comune.

La programmatrice informatica rise.

“Questa sì che è una bella storia di fantascienza!

Il ministro dell’economia guardava Rose, che annuiva tra sé e sé, ma sembrava avere la testa da un’altra parte.

“Quando inizi a scrivere il discorso per domenica?” le chiese.

“Il prima possibile,” rispose lei. “Sarà interessante leggere le notizie vere sulle prime pagine dei giornali, lunedì prossimo. Ma ho fiducia nella gente, loro sanno che siamo come loro e dalla loro parte. E se davvero hanno un minimo di lealtà e di amore verso quest’isola, allora ci daranno una possibilità.

 

Era una bella domenica, con un sole forte e senza vento. Rose si sentì in colpa al pensiero di rovinare una giornata così rara, alla fine di Gennaio, a quel milione di persone che avrebbero ascoltato il suo discorso. C’era un silenzio strano fuori dalla finestra dell’ufficio con vista sul porto, sul mare e sulle forme del golfo oltre il blu, evanescenti nel vapore color acquamarina dell’alba invernale.

Erano le otto. Rose accostò il viso al vetro della finestra e chiuse gli occhi per assorbire un po’ di calore. Nemmeno un battito d’ali di gabbiano o il rumore di una macchina riuscì a penetrare il forte silenzioso. Con gli appunti del discorso tra le mani, Rose notò come quelle tremassero; e come il battito accelerato del cuore sembrasse collegarsi a esse, generando un cavo unico di tensione, puro terrore e nausea.       

‘Emma saprebbe gestirla molto meglio,’ pensò Rose.

La fredda e precisa Emma che sapeva tutto di economia, numeri, finanza; su come fare i soldi e non aver scrupoli quando necessario. Emma, così minuta ed elegante, con gli orecchini di perle sempre al loro posto. Un’immagine così ingannevole! Emma guardava dritto negli occhi di chi aveva davanti, e faceva sempre centro.

Rose andò indietro con la memoria a quel pomeriggio dell’anno precedente, pochi giorni prima dell’inizio della campagna elettorale, quando si erano incontrate da sole in un bar del centro, in un viottolo nascosto dal traffico.

Rose arrivò per prima: i capelli lunghi e selvaggi, un completo nero su una camicia bianca inamidata. Rose era, come il suo completo, semplice e candida. Niente trucco. Emma la raggiunse dopo qualche minuto in un abito di seta anni cinquanta e un rossetto rosso ciliegia.

Ordinarono due caffè ed Emma chiacchierò per un po’ del più e del meno, il riscaldamento prima della discussione vera e propria. Rose tamburellava sul tavolo con il cucchiaino, pensando oltre. 

“Mi devi aiutare,” aveva detto Rose a occhi bassi. “Da sola non ce la faccio. Non posso essere io la faccia del partito.

Emma l’aveva guardata sbigottita, l’espressione tipica di chi non ha mai dubbi sulle proprie capacità.

“Non sono abbastanza forte per questo lavoro; e neanche bella. La gente si fa convincere da chi parla bene e ha un bell’aspetto, e io non ho nessuno dei due. Tu, invece… Perché non prendi il mio posto?

Emma aveva ripassato, in quell’anno trascorso insieme, le sfumature della personalità di Rose. Era sensibile, spesso paranoica, ossessionata dalla morale e la giustizia. Era sospesa tra la sua vera se stessa e un alter ego più risoluto e coraggioso. Quel genere di conversazioni aveva luogo quando la vera Rose prendeva il controllo su quella del partito.

Emma e il resto della squadra avevano i loro dubbi, a volte, sulle sue capacità di leader, ma non erano mai arrivati a suggerire un cambiamento nella struttura della squadra.

Rose era la faccia perfetta del movimento. Si erano proposti come un’alternativa allo status quo, diversa da qualsiasi esempio del passato, e alternativo sarebbe dovuto essere anche il volto della loro idea. Rose non era una leader senza macchia e senza paura, ma un perfetto antieroe: era trasparente, e quella che a lei sembrava debolezza era, agli occhi di chi la guardava, pura onestà. Mettere da parte qualsiasi finzione era il DNA del movimento.

Emma pensava sempre che in fondo era un paradosso interessante, quel loro blaterare su onestà e trasparenza quando, allo stesso tempo, erano al lavoro sulla bugia più grande mai raccontata al popolo di quell’isola; e, certamente, quella che sarebbe stata ricordata come più memorabile nella storia della politica in generale.

“Rose,” aveva detto prendendole le mani, “io non potrei farcela. Lavoro nella finanza, accidenti! Almeno, potrei ma non seguendo la linea che abbiamo concordato col gruppo. Sarò al tuo fianco come manager della campagna elettorale e farò tutto il possibile per aiutarti: ma non prenderò il tuo posto. Non è nell’interesse del partito. Tu, al contrario, sei questo movimento: nessuno può guidarlo meglio di te. Ed è anche ora che tu inizi a convincerti.

 

Aveva mentito a una regione intera, pensò Rose alla finestra, ed era stato così facile! Al pensiero di quei poveri contadini, di quei giovani senza alcuna speranza, degli anziani rimasti senza un soldo e dei malati senza medicine che le avevano creduto e che da lì a qualche ora…

‘Cosa?’ pensò Rose, ‘che cosa faranno? Anche se decidessero di dare fuoco al palazzo della regione, sarebbe comunque un passo in avanti. Sarebbe almeno una reazione adeguata, e la prova che questa gente è ancora capace di provare dei sentimenti!’

Characters

Era stata un’idea troppo brillante per metterla da parte. Rose aveva pensato alla doppia campagna elettorale mentre era ancora sul continente, e nel giro di mezz’ora aveva messo insieme su un pezzo di carta la squadra dei ministri dei suoi sogni. Si erano riuniti due settimane dopo e a un mese di distanza erano già tornati tutti a casa, sull’isola; senza un impiego e senza alcuna certezza, se non quella di essere a lavoro su qualcosa di assurdo che nessuno aveva tentato mai.

Di lì a due anni ci sarebbero state le elezioni regionali e loro si sarebbero candidati con il loro nuovo partito presentando un programma standard: classiche riforme economiche, classiche riforme sullo sviluppo e classiche riforme sulla giustizia e la sicurezza. Con l’arrivo in squadra di Francis avevano costruito un marchio in cui ognuno di loro recitava un ruolo diverso: Rose era la saggezza, Emma il potere, Andrea la giustizia, Julia la tecnologia e Charlie la natura. Francis la bellezza e Robert e Maggie, che avevano lasciato degli scavi in un deserto lontano, l’Isola stessa con la sua storia, identità e tradizioni.

La campagna segreta, invece, quella vera, che non avevano condiviso con nessuno, era tutto il contrario. Le riforme erano taglienti, coraggiose. Le uniche persone che avrebbero beneficiato dalla loro vittoria sarebbero stati gli isolani, niente multinazionali o lobby politiche. Essa aveva a cuore solo la rinascita dell’isola. Tra le righe del rapporto top secret della campagna segreta non c’era niente di già sentito, o di poco chiaro. Andrea aveva definito il piano come il perfetto ‘calcio nel sedere’ alla politica colonialista della nazione madre. Quelle erano le loro vere intenzioni, che avrebbero rivelato all’isola solo una volta eletti. Avevano fatto bene a mentire? Di quello erano convinti, Emma più di tutti. Si sarebbero visti ridere in faccia se avessero promosso apertamente le loro idee più lungimiranti. Troppa positività, troppa fantasia!

Il partito diventò il caso dell’anno nel giro di qualche mese e un senso di novità, freschezza e voglia di tornare alle urne dopo anni di apatia si risvegliò improvvisamente nelle anime dei fattori, dei giovani universitari, preti e pescatori, dei negozianti e degli insegnanti. Rose, quella domenica, non riusciva ancora a credere che fosse bastato così poco per arrivare così lontano, ma sapeva anche che era a causa del senso di disperazione di quel popolo che per secoli era stato rappresentato da stranieri e che mai, fino a quel momento, aveva potuto scegliere un gruppo di menti giovani, intelligenti e piene di passione che li facesse sentire di nuovo vivi.

 

Mentire deliberatamente in faccia ad anime così speranzose, del tutto ignare del loro piano, aveva richiesto nervi molto saldi, e la faceva sentire ogni giorno un po’ più crudele. Anche dopo anni di studio nel campo della filosofia morale, Rose ancora non sapeva come sentirsi nei confronti della bugia per scopi superiori. Avevano deciso di porsi al dì sopra di tutti e di abusare del loro potere: era sembrato loro l’unico modo per rivoluzionare quel piccolo mondo. Ma se un Dio o una forza superiore fossero esistiti, avrebbero veramente dato a loro la responsabilità di una missione simile?

Erano un gruppo giovane alle prese con un approccio che per necessità era in bianco e in nero, e allo stesso tempo ricco di mille sfumature di grigio. Come capire quando allentare la presa sulle rigide regole stabilite insieme per dare un momento di respiro alla gente che li guardava, e quando tirare dritto senza dare ascolto? Quanta fiducia era giustificabile dare a un popolo che non aveva mai camminato con le proprie gambe? Quanto affidarsi alla democrazia, sogno ingenuo e infantile, e quanto tempo ed energie investire per convincere quell’isola a fare affidamento su un sistema di governo davvero efficiente?

All’inizio avevano deciso che, una volta vinte le elezioni, avrebbero rivelato il loro segreto agli abitanti dell’isola, non avrebbero guardato in faccia niente e nessuno e avrebbero asfaltato quel deserto vecchio e sterile senza guardarsi indietro. Poi, l’idea del doppio referendum aveva cominciato a farsi largo.

Era stata Rose a suggerirla, a qualche mese dalle elezioni. Aveva proposto di continuare con la doppia campagna, arrivare alle elezioni e, in caso di vittoria, rendere noto il loro vero piano di sviluppo, come concordato. Avrebbero quindi offerto ai cittadini una possibilità d’intervento: se in due anni e mezzo, ovvero la metà del mandato, non ci fossero stati segni di progresso, il partito avrebbe volontariamente abbandonato le redini del governo regionale. In caso contrario, dietro la prima autorizzazione popolare, sarebbero andati avanti fino alla fine del mandato; e al suo termine, ci sarebbe stato il secondo referendum, il più importante, che avrebbe chiesto agli isolani qualcosa di molto semplice: restare dipendenti dalla nazione o combattere per l’indipendenza? Rimettere l’isola nelle mani dell’opposizione o dare fiducia ai giovani dell’isola per un secondo mandato e tutto un futuro di libertà?

Quando interrogati su cosa li avesse spinti sul sentiero di una missione così estrema, avrebbero risposto che avevano semplicemente deciso di accollarsi le loro responsabilità. Avevano abbandonato una vita sicura per tornare a casa e mettere al servizio dell’isola quello che avevano coltivato sul suolo del continente. Non erano scappati come tutti gli altri: avevano deciso di tornare per cambiare le cose.

Se non loro, chi ci avrebbe provato? Chi, se non i giovani, ha a questo mondo il dovere di spingere per il cambiamento con idee fresche, pratiche del presente e allo stesso tempo influenzate dalle tradizioni e la cultura della propria terra?

Avrebbero mai potuto lasciare quell’isola così bella e ricca nelle mani di sfruttatori, schiavisti e mafiosi? O nelle mani inesperte e deboli degli anziani che erano restati; proprio loro che erano stati i primi a subire le conseguenze di tale politica mentre i figli che avevano cresciuto erano partiti per diventare servi in terre altrui, dipendenti per non aver saputo alzare la testa e chiedere di meglio. ‘Se devo essere infelice,’ pensava sempre Rose, ‘sarò infelice a casa mia, e sarà stata una mia scelta.’

Alle otto del mattino nel suo ufficio nuovo, nel silenzio di Gennaio, più Rose ripensava ai due anni appena trascorsi, più riacquistava fiducia. Capì che fino a quel momento non si era mai resa conto di quanto amasse davvero quella gente e quella terra; di quanto fosse stata capace di rischiare tutto per loro e di come, se fosse tornata al punto di partenza, avrebbe fatto tutto di nuovo e pari passo. Aveva sì mentito, ma da lì a cinque anni avrebbe anche dato a un milione di persone una possibilità di scelta vera; tra progresso e regresso, avanti o indietro. Sarebbe stata onesta durante il discorso, e sapeva che avrebbe pianto.

Avrebbero chiesto perdono, ma allo stesso tempo avrebbero spiegato i motivi che li avevano costretti a seguire una strada così non convenzionale. Avrebbero deluso e perso il supporto delle menti più pigre, quelle abituate all’indifferenza e all’esclusione a priori d’idee portatrici di quesiti morali più complessi di quelli proposti dalla quiete delle loro giornate da spettatori. Ma avrebbero deluso, per poi conquistare, chi avrebbe aperto entrambi gli occhi per vedere che, quello che c’era, non era una realtà così necessariamente immutabile.

 

 Storia di Sarah Agus.

Illustrazioni di Eleni Kalorkoti.