SCELTE

Una volta salito a bordo, Sam infilò valigia e cappotto nella cappelliera sopra il suo sedile e lo zaino con libri, agende e computer sotto il sedile davanti. Si lasciò cadere pesantemente, e con l’intento di dare un’ultima occhiata al suolo di quel paese di scalo fuori dal finestrino, incrociò lo sguardo con il suo vicino. Era un signore anziano con capelli bianchi e disordinati che raggiungevano il colletto di un vecchio cappotto di lana blu, e mani dalle lunghe, grinzose e magre dita bianche impegnate a riempire uno schema di parole crociate. Sam, che era ancora nella fase tipica di molti ventenni di rincorrere un modello di perfezione assoluta nell’apparenza, che solo quelli che ancora non hanno una vera occupazione di vita riescono a perseguire, si congratulò con se stesso per essere riuscito a mantenere la sua solita compostezza nonostante i due voli che aveva alle spalle. Si lisciò gli eleganti pantaloni neri e ci appoggiò sopra il libro che aveva cercato di iniziare per dieci volte, e abbandonato altrettante per impegni di lavoro. La rilegatura poteva essere ancora liscia e con gli angoli ancora dritti come se appena uscita dalla stampa, ma il viso del dipinto della copertina era ormai quello di un amico di vecchia data: aveva un grande paio di occhi tristi che sembravano supplicare il padrone di aprire il volume e di almeno provare a leggerlo per dieci minuti prima di andare a dormire.

Sam, esausto per il lungo viaggio e quindi facile preda di malinconia da stanchezza, ripensò a quando la sua unica ambizione, da liceale, era stata quella di finire la bibliografia del suo scrittore preferito prima dei venticinque anni. A ventitré era ancora sulla buona strada, ma poi con la laurea erano arrivati i traslochi in città nuove, i colloqui, le battaglie quotidiane con i coinquilini; i computer erano diventati protesi e gli aggiornamenti del sistema operativo lo tenevano sotto un costante terrore psicologico. I soldi non sembravano mai essere abbastanza, e ogni mese la loro rotta verso lo zero era come un conto alla rovescia lampeggiante e costante proiettato in un paio di occhiali da vista futuristici. La lettura non era più fonte di elogio da parte dei suoi genitori e degli esaminatori delle risorse umane. Al contrario, era diventata rivale delle più tradizionali fonti di distrazione quali videogiochi e serate fuori con gli amici.

Scene 1

Compiuti i venticinque anni senza aver raggiunto il suo ambizioso e nobile obiettivo, Sam sentì di aver tradito e deluso quel ragazzo che dalle scuole elementari fino all’ultimo momento dell’università non aveva sognato altro che di leggere e scrivere, che non aveva mai capito bene che senso avesse il dover dipendere completamente dalla tecnologia e che aveva sempre sognato di lavorare per se stesso senza dover obbedire gli ordini di un manager tirannico.

Arrivato a ventisette anni, quella sua facciata seria ed elegante non era altro che l’ingenua copia carbone di un modello che aveva imparato a mimare per poter avere una possibilità di competere nel mondo del lavoro. Fosse stato per lui, Sam avrebbe vissuto con gli stessi pantaloni e la stessa camicia ogni giorno della settimana, un solo telefono in condivisione con il resto della famiglia e come unica distrazione la spiaggia davanti alla sua prima, vera e unica casa, nella città in cui era cresciuto. E carta, carta su cui scrivere, a volontà.

La rotta per quell’isola coperta di palme e con il più basso livello di occupazione del paese, lì al centro del mare, era stata calcolata, e l’aereo decollò. Seduto dalla parte del corridoio, Sam poteva a malapena vedere fuori dal finestrino alla destra del suo compagno di fila, e lo sfondo nero della notte giovane e il maestrale che ululava fuori dalla cabina rendevano qualsiasi processo d’immaginazione vano.

Aprì il libro e decine di pensieri legati al lavoro e alla vita di tutti i giorni, della cui esistenza fino a quel momento si era dimenticato, lo assalirono improvvisamente tutti insieme. Ecco cosa erano diventati i libri, i bei film, i concerti e le mostre d’arte: esche succulente per le preoccupazioni della vita, quei piccoli demoni assillanti pronti a rovinare la festa, come bambinetti viziati, petulanti e moralisti, dei veri preti: ‘Dovresti dare un’occhiata a quella offerta e decidere se passare al livello successivo del colloquio. O vuoi provare a fare domanda per posizioni un po’ più creative? Hai una vita sola, perché non mandi tutto al diavolo, torni a casa e ti godi la compagnia dei tuoi amici e della tua famiglia? Però ricorda che se non ti dai da fare adesso che sei giovane potresti finire solo e senza un soldo. Perché non hai studiato economia o qualcosa di più utile invece che seppellirti tra i libri? Spiegami a cosa servono,’ e così via.

Chiuse il libro per l’undicesima volta e appoggiò la testa all’indietro, sulla spalliera, per contemplare un minuto di tranquillità. Cadde in un sonno breve e sognò di essere sotto il sole, con un gelato in mano e niente dentro la testa. Studenti felici per la fine della scuola correvano sulla sabbia della spiaggia, e bambini di tutte le età sguazzavano nell’acqua cristallina. Sam si girò e vide il se stesso dell’aereo, con quello stupido completo nero e quell’odiosa cartella piena di fogli senza senso, seguirlo sulla sabbia calda, e sentì un forte senso di nausea alla vista della lana a contatto con quell’aria proveniente dal nord dell’Africa.

Faccia a faccia con sé stesso, si chiese come avesse fatto a conciarsi in quel modo, come era potuto cascare in quel circo ridicolo di competizione per lo stipendio più alto, di scelte obbligatorie su alternative che non avevano nessuna logica e che non gli interessavano minimamente. Era questo che significava diventare adulti? ‘Accettare l’assurdità dei sogni dell’università e abbandonarli per piani ricchi di praticità che supportano una vita delineata da regole buone solo a tenerci tranquilli per mantenere l’ordine, e inventate da gente più furba e più senza scrupoli di noi?’

Fosse stato bravo almeno a fingere, pensava nel sogno, e invece neanche quello: non riusciva a fingere di essere interessato a un lavoro che non capiva, ed era stanco di sentirsi stupido e inadeguato, di ricevere occhiate incredule perché non sapeva come operare l’ultimo software della gamma o perché non mostrava più inventiva per i progetti di un capo che neanche conosceva.

Sam aprì gli occhi, la spiaggia scomparve e si ritrovò ancora più frustrato di prima. Come aveva fatto a ridursi così? Sarebbe mai riuscito a ritrovare la sua direzione? Non aveva la benché minima idea di cosa fare, dove andare e con chi poter parlare. Si sentiva solo su quell’aereo, senza una casa e senza nessun sentiero davanti a sé.

Scene 2

Due ore dopo era finalmente alle prese con il primo capitolo del libro. La storia era divertente e intelligente, e stava riuscendo a distrarlo senza fargli spegnere del tutto il cervello. Arrivato all’ultima pagina chiuse il volume, si alzò, e s’incamminò verso la toilette per lavarsi il viso con dell’acqua fresca e sgranchirsi le gambe. Mentre aspettava che il bagno si liberasse Sam guardò l’orologio e sospirò, vedendo che si era fermato sul fuso orario della città che avevano appena lasciato. Diede quindi un’occhiata al resto della cabina e osservò i passeggeri di fronte a lui. Sorrise tra sé e sé pensando che ognuno dei passeggeri sembrava essere uscito da un mondo a parte.

Una donna portava un vestito ricamato con il punto vita sulle anche e una pelliccia di volpe bianca attorno al collo, e leggeva una rivista dalla copertina color seppia; un signore pochi posti davanti a lei assomigliava a uno dei Kennedy e pareva appena uscito da uno di quei chiassosissimi spot anni ‘60 americani.

Sam, la cui immaginazione e spirito di osservazione erano cresciuti di pari passo a ogni libro che aveva soggiornato sul suo comodino, e per il fatto che essendo sul retro dell’aereo poteva vedere solo la cima della testa e qualche spalla, ma mai l’intera figura dei suoi compagni di viaggio, si divertì a esaminare i dettagli dei cappelli, delle acconciature e delle tipologie di lettura, e ad immaginare da quale decennio ogni passeggero potesse essere uscito. Vedeva stampe anni settanta, spalline anni ottanta, bracciali art-déco e cartelle di pelle del secondo dopoguerra. Persino la hostess che in quel momento camminava verso di lui aveva una strana acconciatura, e una vita così stretta tanto che il suo intero corpo sembrava un piccolo, flessuoso e curvilineo otto.

Una volta rinfrescatosi tornò al suo posto e trovò il suo vicino al lavoro su un cruciverba nuovo. Accennarono entrambi un sorriso e Sam si sentì felice all’idea di poter continuare a leggere il suo libro; ma aveva appena iniziato il secondo capitolo quando si ricordò che non aveva idea di che ora fosse, e si chiese eccitato quanto tempo mancasse all’atterraggio.

Guardò con la coda dell’occhio alla sua destra e cercò l’orologio al polso sinistro del vecchio, che riposava insieme alle lunghe dita bianche proprio affianco alla sua mano. Rimase sorpreso quando vide che l’ora, su quell’orologio vecchio almeno quanto il suo proprietario, era anche lì sbagliata.

“Mi scusi,” Sam disse rivolgendosi all’uomo, “sa che ore sono? Il mio orologio si è fermato.

Il vecchio lo guardò divertito e gli sorrise.

“E a cosa ti servirebbe sapere l’ora? Su quest’aereo, poi… Dove credi che stiamo andando? Su una bell’isola tropicale?”

E tornò alle sue parole crociate ridendo tra sé e sé.

Sam non seppe cosa rispondere e rise anche lui. Risero insieme per qualche secondo e Sam pensò che nei suoi viaggi in aereo era sempre stato fortunato: fino a quel momento non aveva mai incontrato nessuno di veramente strano, e quella ventata di novità l’aveva colto di sorpresa; o quell’appassionato di enigmistica lo stava prendendo in giro, o si era semplicemente bevuto il cervello.

“Vado a casa dalla mia famiglia, è da sei mesi che non li vedo,” spiegò Sam.

L’altro lo guardò, di nuovo, la vecchia bocca aperta in un mezzo sorriso per il piacere di quel divertimento gratuito; e rise ancora, più forte. Sam sorrise imbarazzato. Si guardò intorno sperando che nessuno avesse sentito o visto. Il vicino si asciugò una lacrima e gli diede una pacca sulla spalla.

“ Certo che sei proprio simpatico! E sono felice di condividere questo viaggio con te. L’eternità non dura cinque minuti… E farsi prendere dalla disperazione è così facile su quest’aereo. E come darle torto?

Indicò col capo una ragazza qualche fila più avanti che piangeva silenziosamente tra le braccia di una signora con un abito scuro dal collo lungo, stretto e chiuso da un cammeo.

Sam spostò lo sguardo dalle due donne al vecchio per quattro o cinque volte senza capire. Non capiva più niente ormai. Guardò persino sul tettuccio dell’aereo per vedere se ci fossero le telecamere nascoste di qualche programma televisivo di scherzi, ma niente dentro quella cabina sembrava fuori dall’ordinario, se non i suoi passeggeri e quella strana, tetra atmosfera che Sam si era sentito scivolare intorno secondo dopo secondo da quando quella conversazione era iniziata.

“Io non capisco,” disse Sam. “Che cosa sono tutte queste storie?”

Si ricordò di quanto fosse stanco, e la testa prese a pulsargli. Quella flebile sensazione di pace e felicità che l’aveva rinvigorito durante le prime pagine del libro ora l’aveva abbandonato.

“Che ha tutta questa gente poi? Perché sono tutti vestiti in un modo così strano?”

Il vecchio aveva ripreso in mano il suo cruciverba, e Sam vide che sotto ogni parola, scritta con un tratto sottile di matita, c’erano i segni di decine e decine di cancellature. Quante volte era stato risolto quel quadro?

“Tutte le persone a bordo di quest’aereo sono come me e te,” disse il vicino senza togliere gli occhi dalla rivista e ripassando la parola nell’uno verticale ancora una volta, “e come noi si sono perse: dieci, venti, trenta, sessanta o cento anni fa, non fa alcuna differenza.

E posso garantirti una cosa, carissimo, per quanto io di certezze non ne abbia mai avute, ed è per questo motivo che in fondo mi trovo, come tutti voi altri, su questo aereo: non penso che il tuo piano di rivedere la tua famiglia o di arrivare anche solo a destinazione sia praticabile. Perché quest’aereo non ha in programma nessun atterraggio, te lo dico io.

 

Sam ebbe la sensazione che la testa gli stesse per esplodere, e una claustrofobia improvvisa lo scosse talmente all’improvviso che, saltando in piedi, per lo sforzo si dovette appoggiare al sedile davanti, piegare la testa e riprendere fiato. Corse verso la hostess, la prese per un braccio, e senza rendersi conto di quanta forza stesse usando le urlò:

“Perché questo volo ci sta mettendo tutto questo tempo?” cominciò, la donna che lo guardava con il terrore negli occhi.

“Voglio sapere tra quanto arriviamo. E voglio cambiare posto: ho un pazzo seduto affianco a me e non ho intenzione di passare neanche un minuto in più in sua compagnia, è chiaro?

La hostess si divincolò e lo spinse via, spaventata. Sam la vide correre sui quei tacchetti a spillo fino all’altra estremità dell’aereo. Prima che potesse di nuovo aprire bocca per gridarle dietro, un uomo enorme si alzò da una delle ultime file e gli si parò davanti. Un forte odore di colonia traspirava dal suo completo gessato e dalla pomata che gli faceva brillare i capelli.

“Che cosa ti prende,” gli chiese avanzando verso di lui, “sei appena arrivato? Forse è il caso che ti faccia una chiacchierata con la ragazza del 17c, ha bisogno anche lei di parlare con qualcuno.

Il vecchio apparve da dietro la schiena dell’energumeno.

“Quest’aereo è per chi, come me e te, questo signore e tutte le altre persone che vedi qui, ha perso la strada,” spiegò. “Non è uno scherzo, e credimi quando ti dico che non metterai più piede su nessunaterra. Perché credi che continui a fare sempre lo stesso schema? Sono qui da quindici anni. Sono salito a bordo, come te, credendo di avere una destinazione, e senza neanche un libro! Se avessi saputo di dover restare qui per sempre, avrei portato con me ‘Guerra e Pace’, o ‘La Divina Commedia’; o qualcosa di altrettanto lungo, per la miseria!

Gli si avvicinò e gli appoggiò entrambe le mani sulle spalle. Sam era sul punto di svenire, ormai non aveva neanche più la forza di chiedere spiegazioni. Pensò che si sarebbe rimesso a dormire, e avrebbe aspettato l’atterraggio sognando la sua bella spiaggia e la buona cena che sua madre gli avrebbe fatto trovare pronta al suo arrivo. Aveva lo sguardo perso nel vuoto.

“Quand’è stata l’ultima volta che hai saputo quello che volevi fare della tua vita, e chi saresti voluto diventare? Nel mondo moderno non c’è posto per gli indecisi, giovanotto: il tuo continuo perdere tempo e la tua indecisione sono letteralmente denaro buttato al vento. Laggiù hanno bisogno di certezze e di produttività, e di professionisti che sappiano lanciare razzi sulla luna, curare i malati e inventare nuovi computer! Non scrittori, poeti, insegnanti di latino e di greco, sportivi, musicisti e pittori. Su quest’aereo troverai principalmente artisti che si sono fatti convincere a cambiare strada, e che poi naturalmente si sono smarriti. Noi tutti, qui, non abbiamo avuto il coraggio di dare forma ai nostri sogni.

“Jimmy per esempio,” il vicino prese un braccio dell’omone vestito di nero, “era un grande jazzista, una vera promessa! Purtroppo si è fatto convincere a fare i soldi nel modo più tradizionale, e ha trascorso metà della sua vita nell’attività di famiglia – produzione di aratri per la campagna se non ricordo male. Ha perso di vista quello che voleva e non l’ha mai più ritrovato. E ora è qui con noi, sedile 25d.

Scene 3

Sam si accovacciò per terra, stringendosi la testa tra le mani.

“In fondo,” continuò l’anziano, “tu sì che sei fortunato: hai un libro nuovo di zecca e tanta carta bianca su cui scrivere. Con tutto il tempo che avrai a disposizione potrai diventare lo scrittore più famoso dell’aereo. E soprattutto, adesso non potrai più lamentarti di non avere tempo per fare quello che hai sempre sognato. Se solo ti fossi convinto prima di salire a bordo, ragazzo!

 

Storia di Sarah Agus

Illustrazioni di Rebecca Hurn