DEMONI

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Dana aprì gli occhi sul nuovo giorno alle sette di un mattino d’inizio Maggio, nella camera da letto del piccolo appartamento di legno e mattoni sulla cima del colle della città. Sentì che quella sarebbe stata una buona giornata, e che c’erano tutti i presupposti per cominciare un progetto nuovo che l’avrebbe soddisfatta.

Le rondini cantavano fuori dalla finestra, incastonata all’ultimo piano di un vecchio palazzo e rivolta verso il porto, il mare e il sole dell’alba. Era il primo vero e proprio giorno di primavera di quell’anno: non si vedeva una nuvola all’orizzonte e il cielo era striato solo di rosa, arancio e azzurro. Dana aveva dormito bene, profondamente, e niente era riuscito a disturbare il suo sonno, solitamente leggero e tormentato; i sogni erano stati piacevoli e le avevano dato buone idee per un nuovo quadro.

Si alzò, e come ogni giorno andò al tavolo da lavoro davanti alla finestra per controllare come Dita stesse quella mattina. Sotto la piccola cupola di cristallo il demone dormiva ancora, acciambellato nei suoi fumi violetti e dei colori dell’arcobaleno. I lunghi capelli dorati e color ciclamino fluttuavano pigramente nei loro stessi boccoli sotto i raggi del giovane sole e attorno al corpo minuto, abbracciandolo.

Dana andò in cucina senza fare rumore, fece il tè e tornò nello studio. Non accese né la televisione né la radio, non aprì il quotidiano: rimase a guardare l’alba dalla sua poltrona preferita, nel silenzio della mattina animata in quei primi minuti dai rumori delle pulizie negli appartamenti vicini, delle prime auto e dai suoni del centro della città in lontananza. Era felice di trovarsi lì, investita da quei raggi caldi, e di sentirsi pronta per dare inizio a qualcosa di nuovo; i colori del golfo e del mare, del cielo e della città storica sotto di sé, l’aria fresca e la luce calda, e quel bellissimo silenzio.

Erano momenti del genere che le facevano venire voglia di giurare che avrebbe fatto qualsiasi cosa, da quel giorno in poi, per rivivere quel tipo di mattina. Nessuna veglia notturna, nessun risveglio tardo o distrazioni inutili: si sarebbe svegliata sempre un po’ prima per godersi la pace e l’atmosfera.

Dana, che si conosceva fin troppo bene, sospirò felicemente rassegnata e decise che avrebbe assorbito quanto il più possibile da quella rara, per lei, visione dell’alba, e ne avrebbe tirato fuori qualcosa di buono per la sua nuova mostra. Guardò Dita e si chiese perché i demoni non potessero, oltre che come specchio dell’anima e fonte d’ispirazione, fungere anche da sveglia mattutina; entrare nella testa dei loro padroni e motivarli sin dalle prime ore del giorno. E, perché no, tenerli svegli più del normale per finire di lavorare.

Dana e Dita si erano incontrate per la prima volta vent’anni prima, durante la notte del terzo compleanno di Dana. I suoi genitori l’avevano avvertita, qualcuno di speciale quella notte l’avrebbe svegliata. Avevano guardato la punta del suo piccolo naso farsi rosa acceso poco prima della cena, dopo una lunga giornata di festa con i compagni di scuola, e le avevano detto che quando avesse sentito il naso prudere, qualche ora più tardi, avrebbe dovuto soffiare forte, e che nel fazzoletto ricamato per l’occasione avrebbe trovato una bambina simile a lei, solo più piccola e fatta di fumo colorato.

Arrivate le dieci il naso le prudeva così forte che non riusciva quasi più a stare ferma. A letto, aveva scostato le coperte, cercato nel buio della notte il fazzoletto sul suo comodino e aveva fatto come la madre le aveva detto. Sentiva un calore leggero dietro il naso che diventava sempre più intenso man mano che lo spingeva verso l’esterno. A un certo punto, del fumo violetto iniziò a uscirle dalle narici e a permeare di un profumo dolce il fazzoletto di cotone e di pizzo; e all’improvviso, dopo una soffiata spazientita, Dana aveva sentito qualcosa venire fuori. Aveva guardato in basso e tra le pieghe della stoffa aveva trovato un esserino spettinato e leggermente confuso.

Dita aveva già quei lunghi capelli pieni di ricci e boccoli. Era stata lanciata in quel mondo nuovo con così tanta forza che era atterrata sul suo piccolo didietro e, soffocata da una nuvoletta di fumo rosa, aveva tossito. Rimessasi in piedi, aveva guardato Dana e le aveva sorriso. Si era inchinata educatamente e si era presentata come il suo piccolo demone.

– Ma i miei amici a scuola non hanno un demone, – aveva obiettato Dana facendo attenzione a tenere Dita in equilibrio sul fazzoletto.

– Perché io sì?

Dita era saltata giù, atterrando leggermente sul cuscino. Si era seduta a gambe incrociate e guardato Dana rimettersi sotto le coperte.

– I demoni sono gli spiriti degli artisti, – aveva risposto. Imitò Dana e la seguì sotto il piumone caldo, scomparendo tra gli strati delle lenzuola dopo una scivolata giù dal cuscino. Riapparve ancora più spettinata di prima.

– Ho saputo che sarei stata il tuo demone qualche mese fa, quando ti hanno visto disegnare per la prima volta. Secondo loro avresti dovuto per forza averne uno: senza qualcuno con te per ispirarti e per ricordarti che devi dipingere, avresti potuto farti distrarre. Io sono qui per aiutarti a diventare chi sei destinata a essere.

– Mi piace disegnare, – aveva detto Dana. – Grazie per essere venuta. Saremo amiche, vero?

Dita aveva annuito. Si era avvicinata a Dana, la baciò sulla guancia e l’abbracciò con i suoi fumi violetti. Poi ritornò sotto le coperte.

Una volta finito di fare colazione Dana fece una doccia veloce, si vestì e tornò nello studio. Prese una tela bianca dal ripostiglio delle scorte e la sistemò sul cavalletto. Non teneva mai tele bianche a portata di mano: sentiva sempre pressione e fretta nell’averle vicino, come se fosse nel mezzo di una corsa e non trovasse le gambe per correre. Pensava sempre che le portasse sfortuna; che quella superficie così grande e pulita sarebbe stata troppo per le idee che, spaventate, sarebbero potute scappare via. Dana preferiva lasciarle arrivare con calma, dar loro tempo di ambientarsi nella sua testa, rilassarsi e fare conoscenza tra di loro. Dovevano restare a bagno per un po’ per potersi poi fondere in un progetto chiaro.

Aprì la finestra e accese la radio. Erano ormai le otto e le trasmissioni migliori stavano per cominciare. Vivendo da sola, il brusio di sottofondo le teneva compagnia e il pennello andava che era un piacere, seguendo per metà il ritmo della musica e per l’altra metà quello dei suoi pensieri. Tutti gli altri rumori allora cessavano di distrarla. Il mondo fuori da quella finestra era l’unica eccezione, il più bel quadro che Dana avesse mai visto e che non era mai riuscita a domare e a dipingere senza perdere la pazienza.

Sintonizzò la radio sulla sua frequenza preferita della mattina e cercò un volume che potesse invogliare al risveglio il demone che continuava a dormire sulla scrivania, con il sole crescente che ora lo investiva per tre quarti. Un gabbiano atterrò sul tetto poco sopra di loro e richiamò il resto dello stormo una, due, tre volte.

Dana osservò il paesaggio da cartolina davanti ai suoi occhi e pensò che quella potesse finalmente essere la volta buona. Un gabbiano sulla mensola della finestra, i tetti e il porto nello sfondo; il profumo dei fiori dei balconi vicini, il rumore della città che andava a lavoro, il mercato del centro che alzava le saracinesche, con i pescatori che organizzavano i banconi; il vento fresco della quasi estate che passava per un controllo veloce dentro le stanze degli appartamenti prima di correre via verso l’Africa, il vapore di una tazza di tè che si sfreddava al suo passaggio.

Che cosa poi, riguardo quei colori? I blu, i rosa, i gialli e i rossi delle mura delle case e dei tetti di quella città così ricca e viva. Dana aveva osservato con attenzione i quadri dei pittori che avevano messo su tela quella stessa scena, e più quelli venivano da lontano meno le loro interpretazioni avevano senso: non c’era alcuna connessione con lo spirito del posto. Nella sua giovane arroganza, Dana pensava che solo gli artisti locali dovessero avere il permesso di dipingere la città. Ci erano nati, cresciuti, ogni strada e ogni angolo, balcone o caffè avevano i propri ricordi di conversazioni, passeggiate notturne. Ma quanto era difficile riportare sulla tela, con le sue mani, qualcosa che così tanto amava senza sentire di averla offesa, senza stracciare via il tessuto e chiedere scusa per non essere riuscita a cogliere quella sfumatura nel cielo, e l’ombra della cattedrale sulla parete del civico dall’altra parte della strada; proprio lei che conosceva ogni passo e minuto della storia di quei pavimenti e di quelle pareti.

La piccola cupola di cristallo si sollevò e Dita ne uscì fuori sbadigliando.

– E tu dovresti essere la guardiana della mia arte… – disse Dana con ironia scuotendo la testa. La Dita che aveva davanti era cresciuta, come lei era cambiata in quei vent’anni, da quando si erano incontrate per la prima volta, eppure aveva ancora un volto da bambina. C’erano più forme nel suo corpo e tuttavia era sempre la stessa, con gli stessi colori che le fluttuavano intorno e gli stessi capelli dorati.

– Perché ieri non hai finito di leggere quel libro? – le chiese stropicciandosi gli occhi. Si stiracchio davanti alla finestra aperta e s’illuminò quando uno dei raggi del sole l’attraversò da parte a parte.

– Lo sai che più sei pigra tu, più viene da dormire a me.

Dana sbuffò.

– Lo so, lo so! Ma che senso ha fare il grillo parlante, adesso? Mettiamoci a lavoro.

Dita la osservò preparare i colori a olio sulla tavolozza, guardare fuori dalla finestra e aggiungere altri colori scuri per le ombre.

– Vuoi dipingere la città? Di nuovo? – le chiese, sorpresa. Le corse su per il braccio sinistro e le saltò sulla spalla, continuando a osservarla come se non capisse bene quello che stava succedendo. Cosa si era persa in quell’ora in più di sonno?

– Sì, è la giornata giusta, me lo sento, – rispose Dana eccitata. – Ho dormito bene e il tempo è magnifico, guarda che luce! È tutto pronto, vediamo cosa ne viene fuori.

Dita si teneva in equilibrio, aggrappata ai capelli di Dana, come un esploratore che dai rami più alti di un albero nella giungla osserva, tenendosi stretto alle liane, la vastità davanti a sé.

Dita guardava la scrivania, con i gessetti e i carboncini, i colori e i pennelli pronti, e si mordeva le labbra, concentrata come se stesse facendo dei conti precisi. Corrucciò il viso e corse nuovamente giù sul tavolo ingombro di attrezzi e canovacci, agitò le braccia per intimarla a fermarsi.

– Dana, non è oggi il giorno! – esclamò. Dana non la ascoltava, era divisa tra la radio e i suoi pensieri. Fissava fuori dalla finestra e tamburellava le dita sulla scrivania. Dita le saltò sull’indice e Dana si riprese.

– Come? Perché no?

Dita continuava a scuotere la testa.

– Io non posso aiutarti, – rispose. – Come pensi che possa guidarti se è da una settimana che non mi dai niente da mangiare? A malapena hai finito quel capitolo, ieri notte, e non sei andata avanti con la lista del cinema.

– Va bene, va bene, – Dana alzò entrambe le mani per ammettere le sue colpe, – hai ragione, avrei dovuto fare di più. Ma lo sai che a volte succede, semplicemente non ne avevo voglia. Avevo bisogno di fermarmi un attimo.

Dita pestò un piede sul legno del tavolo e incrociò le braccia.

– Non imparerai mai! – gridò. – Lo sai che anche tre giorni senza fare niente mi uccidono. Come posso darti delle idee con questa fame? L’ultima volta che ho visto un film che mi abbia anche solo lontanamente fatto pensare è stato il mese scorso. E quel libro che stai leggendo adesso non mi dice niente, non vedo l’ora che finisca. Che dovrei farmene di gente che si lamenta e si ammazza a vicenda?

– Sono i russi, Dita; lo sai che sono fatti così. – Dana guardò il visino arrabbiato del demone e le sorrise.

– Senti, ti prego, ti chiedo solo di provarci. – Si inginocchiò davanti a lei e le porse l’indice. Dita l’abbracciò con le sue code di fumo e i lunghi boccoli si arrotolarono come spire attorno alle falangi. Dana notò che il calore del suo corpo era meno intenso del solito.

– Lo so che non sono stata molto brava ultimamente, ma oggi sento di poter fare un buon lavoro. Lo sai che senza di te non sono nessuno.

La testa di Dita spuntò da dietro la punta dell’indice. Sospirò.

– Provare non costa niente, – disse, – ma sento la puzza di una giornata buttata al vento.

Dana finse di non aver sentito. Le mise il palmo della mano davanti, Dita salì, e Dana la riportò sulla stessa spalla di poco prima. Davanti alla tela bianca, e con la finestra aperta davanti agli occhi, iniziò a lavorare.

Delineò le prime forme con un carboncino: le montagne in lontananza, oltre il porto, la superficie del mare, i moli e i primi palazzi. Dita sedeva accanto al suo orecchio, la testa appoggiata sul lobo, e osservava ogni movimento della mano, le curve leggere sulla tela, proporzioni e ombre. I suoi pensieri e quelli di Dana erano sintonizzati sullo stesso canale e s’intrecciavano, si salutavano incontrandosi a metà strada per poi proseguire fino alla mente dell’altra. Comunicavano senza aver bisogno di parlare o di scambiarsi sguardi o cenni.

Dita non era soddisfatta. Si aspettava qualcosa di più con ogni quadro nuovo, e quel giorno, sin dall’inizio, aveva capito che non si sarebbero fatti passi in avanti. Del resto non si aspettava sempre dei miglioramenti: non troppo frequentemente, almeno. Dana era inaffidabile. Rigava dritto per mesi interi, mantenendo un buon passo e tutte le migliori abitudini, per poi arrivare a un periodo di stallo che poteva essere lungo addirittura settimane, durante cui non aveva la voglia neanche di uscire per fare una passeggiata. Dita sapeva che essere umana non era facile, che le distrazioni e la pigrizia facevano parte di quella complessa macchina dotata di vita su cui doveva vegliare. Dana era una brava padrona, ma quel giorno non poteva aspettarsi da lei più di quanto potesse fare in quel momento; non dopo settimane di ozio, sregolatezza e una disciplina ferrea di mesi interi buttata al vento tutta in una volta.

Dita amava la routine e aveva bisogno di regolarità: la sveglia ad un’ora opportuna, una buona colazione, un’oretta di lettura e di lavorare fino al pranzo. Una passeggiata dopo mangiato e di nuovo al lavoro fino a una seconda pausa per leggere; poi cena e magari un bel film, o una serata fuori con compagnie appropriate. Quello che le era mancato, in quelle ultime settimane, era stata la certezza del sapere che cosa sarebbe successo durante il giorno, quella serenità di spirito che ogni artista deve mantenere in equilibrio con il fuoco della passione che rende ogni opera viva e necessaria. In altre parole, la concentrazione.

Dana sbuffò, appoggiò il carboncino sul tavolo e osservò con attenzione lo schizzo. Le sembrava di essere a lavoro da ore intere, mentre invece era trascorsa un’ora appena. Non era troppo felice neanche lei, ma pensò che con le sfumature giuste tutto avrebbe avuto più senso. Fuori la giornata non faceva che migliorare, e il livello di concentrazione era buono. Tuttavia sapeva che la costanza che le era mancata negli ultimi tempi era proprio quello che le rendeva un compito così facile come delineare le forme così difficile.

Più la tela si riempiva di colori, più cresceva dentro Dana una frustrazione bruciante e selvaggia. La mano era come intorpidita, si muoveva in modo infantile e arrugginito, e si sentiva mancare la forza nelle ultime falangi delle dita, quelle che stringevano il pennello. Arrivato il mezzogiorno, guardò la tela e a stento riconobbe il soggetto che aveva cercato di disegnare: esso si ribellava a ogni dettaglio, le correzioni sembravano liquefarsi e prendere capricciosamente la forma che preferivano; il tessuto della base così poroso incapace di resistere all’olio dei colori, che parevano sprofondare e non essere mai abbastanza.

– Dita, cosa devo fare? – chiese lasciandosi cadere sulla sedia, davanti al cavalletto. Guardò il quadro come una madre avrebbe osservato dispiaciuta e delusa le malefatte di un bambino. Dita scese sulla scrivania e si sedette a gambe incrociate davanti alla tela, facendo oscillare lo sguardo su e giù, a destra e a sinistra. Sentiva freddo nonostante il sole che, ormai alto nel cielo, marciava imperterrito e per niente interessato a quello che stava succedendo dentro allo studio.

– Non credo si possa fare niente, – rispose allungando le gambette di fumo, ormai di un rosa pallido. – Per un quadro del genere ti saresti dovuta preparare con almeno una settimana di anticipo.

Restarono in silenzio per dei minuti interi. Dana restò immobile su quella sedia, troppo stanca per prendere una direzione. Quella giornata per lei non aveva più senso. Dentro la sua testa il flusso dei pensieri in comune con Dita era ancora aperto, e poteva sentire il suo dispiacere, i suoi rimproveri e la sua stanchezza.

– Dita ti prego, – le disse con voce rotta, asciugandosi gli occhi, – fai qualcosa. Se non tu, chi altro può farlo? Sei un demone dell’arte, su una tela puoi fare qualsiasi cosa.

Dita raggiunse la sua mano e la abbracciò.

– Dana, non piangere, – pensò. – Puoi iniziare a prepararti da domani, ricominciare con la bella andatura dei mesi scorsi, e se t’impegnerai sono sicura che la settimana prossima riuscirai a dipingere il panorama. Però sta a te, io non posso intervenire.

Dana sentì che il calore che sentiva dentro di sé non proveniva affatto dall’ormai gelido demone che cercava riposo contro la sua mano: era solo una grande rabbia per la propria debolezza, e le lacrime scottanti che le attraversavano le guance.

– In tutta la mia vita, – disse, – non ho mai conosciuto nessuno più inutile di te.

Scosse violentemente la mano e il demone precipitò, ruzzolò sul grande tavolo di legno finendo a gambe all’aria contro la cupola di cristallo. Dana rimase impietrita: voleva allungare la mano e abbracciarla, ma la rabbia era ancora troppo forte. Uscì dallo studio sbattendosi la porta alle spalle. L’ultima cosa che vide fu una nuvoletta di fumo rosa pallido accanto al bicchiere dei pennelli, la sua luce così flebile e malinconica che a stento riusciva a tenere il piccolo corpo su quei piedini evanescenti.

Dana si rintanò nelle profondità del proprio letto, sotto il piumone, nel silenzio nero e caldo ma così poco confortevole in quella tarda mattina. Dormì per due ore senza svegliarsi e senza sogni. Quando tornò nello studio, Dita non c’era più.

In piedi davanti alla finestra, Dana guardava la luce del tramonto farsi sempre più fievole dietro le colline in lontananza. Alle sue spalle la cena sfrigolava sul fornello, con quel suono familiare che, almeno un po’, riusciva a rassicurarla.

Dana aspettava il ritorno di Dita da ore: era la prima volta che se n’era andata, e ogni minuto pesava quanto un anno intero. Il silenzio che le rimbombava intorno era come un presagio di apocalisse, ingoiava la luce di tutto quello su cui i suoi occhi si posavano, nella speranza di vedere una scia rosa sorvolare qualche tetto; o una dorata attraversare l’aria calda e trasportare il suo demone sulla mensola della finestra.

Dana sapeva che Dita sarebbe tornata. Se solo non fosse stato per quell’attesa, e il pensiero felice di rivederla che era rovinato dalla vergogna del ricordo di quella mattina. Era dolore allo stato puro, quel sapere che, per riavere la Dita che aveva sempre avuto accanto, comprensiva e calma coma la coscienza, avrebbe dovuto accettarsi per la persona e l’artista che era, essere capace di riconoscere i propri limiti e indirizzare quel senso di inutilità, fallimento e malcontento solo verso sé stessa.

Con lo stridio delle rondini in sottofondo, Dana si sedette a mangiare per la prima volta da sola senza il suo demone, e piangeva mentre pensava a come sarebbe potuto essere il resto della sua vita se Dita non avesse più fatto ritorno.

La solitudine sarebbe allora stata una vera solitudine: non ci sarebbe stato più nessuno a riposare silenziosamente sulla sua spalla mentre leggeva, quella presenza tranquilla accanto al viso mentre lavorava, quei soffi come echi del mare che la guidavano da dentro l’orecchio mentre muoveva il pennello davanti alla tela. Dita era aria, era silenzio, era la somma delle sue esperienze e delle sue emozioni. Era il frutto della ricetta della sua vita, secondi del presente e minuti di anni precedenti, le scelte sbagliate mischiate agli azzardi coraggiosi che l’avevano fatta avanzare, casella dopo casella, fin dove si trovava in quel momento.

Dita si muoveva sempre nella direzione giusta, con lo scopo finale della sua missione chiaro nella mente come quando era atterrata sul cuscino di Dana e le aveva annunciato i suoi doveri. Dita non perdeva d’occhio il sentiero da seguire neanche dopo l’ennesimo fallimento: poteva vedere oltre, come se con il suo occhio divino ammirasse già l’orizzonte. Incoraggiava la sua pupilla come se le stesse descrivendo il premio finale, il paradiso della meta, e le ripeteva sempre lo stesso mantra, volta dopo volta, giorno dopo giorno e anno dopo anno, mentre guardava Dana crescere. Aveva fatto delle sue lezioni i pilastri della vita di quel fragile essere umano e di quell’ancora più volubile mente creativa che le era stata affidata.

Dita era molto più di Dana: era la sua versione divina, quello che la sua mente sarebbe potuta diventare se avesse seguito la sua voce. Era l’essenza della sua anima, il distillato del cuore del suo carattere. Anche debolezza e insicurezza, certo; ma il fulcro di quel piccolo essere era alimentato da un amore incondizionato e dalla passione che bruciava nei colori della sua chioma e che si rifletteva nello splendore della sua pelle, quella luce che più forte brillava più coraggio dava alla sua artista, schiava dei suoi limiti, ma legata da sempre e per sempre al proprio infinito potenziale.

Dana piangeva senza far rumore nel silenzio della cucina, nella vergogna della sua debolezza e stupidità; come se non volesse farsi sentire da nessuno, neanche se quei sospiri disperati avessero potuto far tornare indietro la sua guida più in fretta. Con le mani sul viso e il freddo per la mancanza della sua luce, Dana era scossa dai brividi della tristezza più profonda.

Dimenticò che da qualche parte, nel mondo, Dita stava ascoltando i suoi pensieri per mezzo di quel filo doppio tra le loro menti che non era possibile interrompere. Dita ascoltò ogni singola sfumatura del suo umore e fece subito rotta per tornare a casa.

Avvolta dalle coperte in uno stato di semi sonno, Dana si chiese se quella luce che si era appoggiata sul cuscino accanto alla sua testa fosse veramente la luce di Dita o se stesse sognando.

Dita aspettò che si fosse addormentata, vegliando sul suo respiro pesante e ancora scosso. Vedeva davanti a se la persona che aveva conosciuto per la prima volta venti anni prima, e niente era cambiato: il corpo era diverso, ma l’espressione su quel viso e le sfumature di quei pensieri erano le stesse della bambina che tanti anni addietro aveva deciso di dedicare la sua vita all’arte.

Scivolò giù dal cuscino, sotto le coperte, ed entrò silenziosamente nei suoi sogni.

“Dana,” pensò acchiappando e scacciando le scie scure e senza forma, piene di violenza e pesantezza, senza alcuna armonia e delicatezza dalla mente della sua protetta, “mi dispiace se sono sparita, lo so che sei stata in pensiero.

Tu lo sai che non ti lascerei mai, perché non sono stata mandata da te per scappare nei momenti difficili. Io sono la tua mente, la tua creatività, il tuo pensiero. In fondo ha senso, non sono forse sbucata dalla tua testa? Io sono parte di te, e così come il cuore non smette di battere neanche durante la notte e i polmoni ti danno aria anche quando tu non ci pensi, io sarò sempre con te: dentro, fuori, affianco al tuo corpo.

La strada che hai scelto, o meglio che ti è stata affidata quando sei nata, non è facile: la vita è così complicata per chi ha sentimenti, per chi vede le sfumature della vita, per chi non si accontenta delle risposte già pronte; per chi è curioso, per chi ha voglia di evolversi, di cambiare lo stato delle cose ed esplorare se stesso. Voi artisti siete una classe così fortunata e maledetta allo stesso tempo, ed è per questa fragilità che noi demoni siamo stati inventati, per prenderci cura di voi! Non siamo altro, come ben saprai, che una parte di voi stessi che guida l’altra metà della vostra identità, quella che non ha una direzione precisa.

Io sono te, Dana, sono la luce della tua passione che non può spegnersi, che nel bene e nel male avrà sempre un posto nel tuo cuore. Un giorno potresti decidere di non volermi più ascoltare: in quel caso mi ritirerò in letargo dentro di te e sarò pronta a uscire di nuovo quando avrai deciso che è il momento giusto per riprendere insieme il percorso che ci è stato dato.

Voi artisti, Dana, avete un compito difficile. Come gli atleti più forti dovete tenere in esercizio la vostra mente e leggere, scrivere, pensare; di più, osservare ed essere sempre alla ricerca – è così stancante, lo so – di oggetti nuovi da studiare, comprendere, discutere, elaborare.

La vostra è una vita regolata da liste infinite di libri da leggere, di film da vedere, lingue da studiare, quadri da assorbire, dibattiti da sviluppare. Come il cuore che non si ferma e i polmoni che non si svuotano mai del tutto, anche la vostra mente non si prende mai una pausa: durante il giorno, durante la notte, è un continuo elaborare di emozioni, brutte e belle; progetti, pensieri volatili, memorie che sfuggono ai cassetti di quel grande archivio che avete dentro la testa e che probabilmente sono scappate per un motivo preciso, per ispirarvi e turbarvi, per accoppiarsi a nozioni appena imparate e dare vita a nuove idee. Voi artisti avete un cervello e una mente: il primo osserva, cataloga e si prende cura della praticità della vita, come il mettere a bollire l’acqua per il tè la mattina; la seconda è la squadra che lavora dietro le quinte anche quando il primo riposa. Essere voi dev’essere sfibrante.

La vostra vita è un continuo allenamento, un esercizio che quando s’interrompe, come tu ben sai, porta alla paralisi. In particolar modo per chi come te dipinge, guardare film sarà allora come mangiare il pane; osservare la vita intorno a te sarà l’acqua che ti tiene in vita; leggere sarà il primo piatto e ascoltare musica il contorno.

Essere artisti non è un mestiere, è uno stile di vita. È essere nati in un certo modo; ma, soprattutto, è avere una mente che domanda certe necessità. Così come un nuotatore vive nell’acqua, tu devi vivere nella cultura e ti devi alimentare dei suoi contenuti. Perché è nel momento in cui abbandoni, anche solo temporaneamente, chi sei che la tua mente si confonde, non ha più di che pensare. Se le togli qualsiasi fonte di nutrimento, cosa ti aspetti che succeda? Quella mente, Dana, sono io.

Ma comunque, non voglio soffocarti con le mie prediche perché non c’è niente che possa dirti che tu non sappia già. Sai quello che devi fare, sai come devi vivere per dare vita all’arte che vive dentro di te. Quando sarai nel dubbio e avrai bisogno di una mano io sarò lì per ricordarti di tutte le incredibili opere di cui sei stata creatrice, di quanto hai lavorato duramente per realizzarle e di come ti sei sentita grande nel vederle finite. Di come nell’ammirare sulla tela il potenziale della tua stessa creatività hai così tante volte esclamato “avanti con la prossima!”, e hai capito cosa voglia dire essere felici.

Ricordati Dana, i geni in se stessi sono creature del tutto inutili per l’evoluzione dell’umanità. Chi merita tale titolo sono i geni che si allenano e che producono. Chi crea, chi dà alla propria mente per poi ricevere da essa. Dammi cibo, fammi scoppiare di cose buone, e vedrai di che luce brillerà la tua arte e di cosa io, che sono il tuo demone, posso darti in cambio. Fammi conoscere delle storie nuove, vedere orizzonti sconosciuti e sii il mio allenatore. Fammi sudare, chiedimi di più, mettimi alla prova! Perché quel potenziale che vive dentro di te non è altro che la portata della mia luce, l’oro dei miei capelli e il rosa dei miei fumi. Quanto vuoi che splenda, Dana? Quanta luce ti serve? Io sono lo specchio della tua mente, la salute delle tue idee, l’intestino della tua arte. Tu amami, credi in me e in quello che posso essere; quello che posso darti.

Dita s’infilò tra le mani di Dana. La sua luce si attenuava man mano che discendeva nel sonno della notte, esausta anch’essa per le troppe emozioni.

Aveva detto quello che doveva, domato i fumi neri nella mente della sua padrona e dato una forma agli incubi senza una faccia. Adesso regnava l’ordine, il colore, l’armonia, la pace. I cassetti erano stati chiusi, le segrete dai contenuti più pericolosi erano sicure sotto chiave e solo gli spiriti costruttori, quelli che avevano il compito di elaborare i dati del giorno in idee nuove, erano in quel momento liberi di scorrazzare, rincorrersi tra di loro e dare sfogo alle proprie energie. Quale momento, infatti, è più propizio della notte? Quando la mente si svuota e si trasforma in una grande agorà per il dibattito dei pensieri, delle voci del passato, delle cartoline provenienti dal mondo esterno che, passeggiando per la grande piazza, discutono, fanno conoscenza e danno inizio ad amicizie che un giorno diventeranno opere d’arte; o che magari resteranno semplicemente delle buone idee, o che il giorno dopo compariranno sotto forma di liste della spesa.

Le menti di Dana e Dita, che poi erano la stessa cosa, s’incontrarono nell’agorà. Camminarono tra i fumi rosa della piazza con i gabbiani dell’alba che volavano sulla loro testa, il profumo dei fiori trasportato dal vento della mezza mattina e i raggi del tramonto di poche ore prima. Sedettero su una panchina e discussero del giorno dopo.

Storia di Sarah Agus

Illustrazione di Nicole Xu