Q&A: JACOB STEAD

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Ironiche, intelligenti e provocatorie, le illustrazioni di JACOB STEAD sanno come semplificare il mondo del 2016 e giocare con tutte le sue contraddizioni. Tra stampa tradizionale e Intelligenza Artificiale, lo studio della filosofia orientale e il fascino della Realtà Virtuale, eccoci al terzo Q&A di ON! Storie.

Jacob, da dove ci stai scrivendo?

Vi scrivo dalla mia scrivania, nel mio studio di Amsterdam in cui mi sono trasferito circa un mese fa.

Come ti ispira la tua città?

Ho vissuto ad Amsterdam per circa un anno e mezzo, e la città è ancora abbastanza nuova per me, sono sempre alla ricerca di posti nuovi da esplorare. Da un certo punto di vista è un posto strano, una combinazione curiosa di bellissimi palazzi e canali storici con accanto un lato sgargiante e cadente. C’è una contrapposizione interessante che nessun’altra città credo abbia, almeno non a questi livelli.

Se ereditassi una fortuna, come la investiresti dal punto di vista artistico) compreresti uno studio, lanceresti una rivista)?

Al momento sento di avere tutto il necessario per fare bene il mio lavoro. Se proprio dovessi, penso che userei la somma per regalarmi un po’ di tempo per rilassarmi e creare qualcosa di personale, e per sperimentare un po’ con il mio lavoro; il che non è garantito quando l’illustrazione è la tua principale fonte di guadagno. Probabilmente comprerei anche uno studio, e investirei in un po’ di equipaggiamento per la stampa, per darmi più da fare con del lavoro fisico.

Quali sono le tue principali fonti d’ispirazione?

Sono interessato a tutte le idee e le credenze che influenzano la nostra visione della vita, dalla filosofia orientale all’applicazione su di essa di tecnologie nascenti come l’Intelligenza Artificiale e la Realtà Virtuale. Sento di essere ispirato dai modi nuovi con cui è possibile vedere e vivere la vita, ma non sono sicuro quanto di tutto ciò sia visibile nel mio lavoro (soprattutto editoriale).

Tre illustratori che oggi, secondo te, stanno facendo un ottimo lavoro.

Il genere di artisti che prediligo sono quelli con una tecnica affilata e la cui pratica dimostra dedizione per tale tecnica. Mi piacciono molto Jonny Hannah, Bjorn Lie e John Broadley. Sono tutti artisti con un approccio tradizionale/di stampa verso l’illustrazione, ed è una visione che apprezzo particolarmente in quanto io stesso lavoro principalmente sulla produzione digitale.

Di quali colori non potresti mai fare a meno, e come li scegli?

Mi capita di scegliere i colori quasi per sbaglio, e ce ne sono certi da cui ritorno (probabilmente è più una questione di abitudine). Mi piacerebbe lavorare con palette più raffinate e minimali, ma è qualcosa che, semplicemente, non mi viene naturale.

Hai una rivista di illustrazione/arte preferita?

Non compro spesso riviste, ma resto sempre colpito dalla varietà e dall’uso che Little White Lies fa delle illustrazioni nei suoi articoli.

Cosa ti piace fare quando non lavori?

Mi piace andare in bici ed esplorare la città, scoprire posti nuovi dove mangiare e lavorare. Leggere, cucinare, guardare TV e film a casa. Le solite cose!

Come definiresti il processo del trovare uno stile personale?

E’ un processo che non si può veramente definire, ma per mia esperienza, lo stile è qualcosa che si evolve naturalmente. Io ad esempio ho le mie fonti di ispirazione, ma spero anche che ci sia qualcosa che è solo “mio”, e che è altrettanto riconoscibile. Penso che sia molto importante sperimentare e non fissarsi troppo sullo stile, il che è qualcosa che ogni studente l’illustrazione si sente dire sin dall’inizio. Un tempo pensavo fosse un’idea stupida perché non vedevo l’ora di creare qualcosa che fosse al livello degli artisti che ammiravo, ma poi ho capito che in questo modo non sarei mai stato soddisfatto di niente che stavo creando: ed è da questo punto in poi che la voglia di migliorare e rifinire il mio lavoro si è fatta sempre più forte. Alla fine, non sono neanche sicuro che sia possibile “trovare” uno stile, perché come processo è organico e sempre in evoluzione. Un esercizio utile è quello di fare sempre qualcosa di nuovo e diverso, anche se piccolo, in ogni immagine a cui lavoro. Non dico che funzioni ogni volta, ma ogni conquista/fallimento è un passo in avanti verso un risultato migliore.

Un consiglio per un’aspirante illustratore freelance. 

Ho letto parecchi articoli cinici scritti da illustratori che cercano di convincere chi legge che come carriera non sia fattibile. Quindi il mio consiglio è di provarci, se è quello che si vuole fare. Sarà anche difficile farsi un nome, non paga sempre bene e non offre grandi sicurezze, ma i pro prevalgono sicuramente sui contro. A dirla tutta, l’illustrazione è una carriera che permette una grande libertà di espressione senza il fastidio di avere un capo tra i piedi; e questo, per me, è davvero impareggiabile.

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