UMANI

Final

Assetati, affamati ed esausti, quando videro la terra ferma davanti a loro Uma e Umut per metà piansero per la felicità e per metà svennero per lo stesso motivo.

Erano sopravvissuti al naufragio e per dieci giorni avevano vissuto su quella piccola barca di legno, l’ultima delle scialuppe di salvataggio; quella che, a detta del comandante, “non avrebbe resistito neanche a un’onda di media portata.” Eppure erano lì, da qualche parte nel mezzo del Pacifico, senza niente se non il loro corpo, quei pezzi di legno tenuti insieme da chiodi arrugginiti e quello che restava della loro sete di sopravvivenza.

Si lasciarono trasportare verso terra dalla corrente. Ormai vicini, un’onda capovolse la barchetta e li riversò nell’acqua bassa della riva, chiara come un enorme e liquido pezzo di vetro. Uma e Umut si ritrovarono fianco a fianco abbandonati sulla sabbia della battigia, senza fiato, i corpi dalla pelle grinzosa per la disidratazione e gli occhi rossi del pianto e della stanchezza. Camminarono verso le palme e i cespugli di quella lunga spiaggia bianca e deserta. Uma e Umut restarono su quell’isola per sei mesi.

Mangiarono pesci e crostacei, banane e noci di cocco, bacche e i piccoli animali che riuscivano a catturare con trappole semplici. Trovarono un piccolo lago vulcanico a qualche centinaio di metri dalla spiaggia, colmo di una dolce e leggera acqua azzurra e piccoli pesci argentati. Più il tempo trascorreva e più pensavano, tra loro e loro, con lo shock iniziale che pian piano svaniva, che quell’isola era un vero paradiso.

Quello che Uma e Umut non sapevano, e che avevano escluso perché influenzati da troppi film d’avventura e drammi televisivi, era che quell’isola non era affatto un’isola, ma un continente che non era ancora stato scoperto. Uma e Umut avevano dato per scontato che si trattasse di un piccolo pezzo di terra; ma non trovarono mai la costa opposta, o camminarono lungo il suo intero perimetro.

Il continente sconosciuto era nel mezzo dell’oceano Pacifico. In effetti, al suo vero centro, dove nessuna imbarcazione si era mai spinta e dove nessun aereo era mai precipitato. Si trovava alla longitudine del sud della Cina e della bassa California, la sua dimensione era di poco inferiore a quella dell’Australia e aveva una forma ovale. Tutto su quella terra disabitata era nuovo e perfetto.

Uma e Umut incontrarono tra i cespugli animali che non si erano mai visti prima e trovarono, appollaiati sui rami e al sole della prima mattina, sulle rocce del lago, uccelli dalle piume colorate e becchi dalle forme strane. La fauna dell’isola, seppur inizialmente spaventata da quei due esseri viventi le cui forme e apparenze erano loro sconosciute, si abituò in fretta alla loro presenza: gli umani, che già dopo qualche giorno avevano abbandonato i loro vestiti e iniziato a girare nudi, non sembravano predatori spaventosi.

Oltretutto, preferivano pescare e mangiare frutta. Per Uma e Umut, il pensiero di uccidere uno di quegli strani ma curiosi animali per avere della carne era quasi vergognoso. Quegli esseri esotici apparivano loro nella più totale calma, nella perfezione e nel silenzio del loro mondo fino a quel momento intoccato, tanto che l’istinto della caccia non riusciva a prevalere. Non c’erano predatori a disturbarli e neanche insetti a infiltrarsi tra i loro capelli durante la notte. Uma e Umut erano del tutto indisturbati.

Uma e Umut si sentivano ospiti su quella terra tropicale dove i carnivori e i predatori governavano e gli erbivori e le prede sopravvivevano. Le creature dell’isola erano tutte legate dal cerchio della vita come da copione, e persino quello sembrava riuscire loro con così tanta grazia e felicità; e la bellezza di ogni cosa, grande o piccola, spaventosa o rassicurante, aspra o dolce, prevaleva su tutti gli istinti di animali sociali di Uma e Umut.

Pensarono che, fin tanto che riuscivano a trarre nutrimento dai pesci del mare, dalla frutta e dalle radici, non c’era motivo di disturbare ulteriormente la pace di quella natura che fino a quel momento aveva vissuto incontaminata, florida e in un perfetto equilibrio.

Uma e Umut guardavano con reverenza quelle creature dai mantelli lisci e luminosi, dalle grandi corna, il pelo striato da colori accesi; fiori grandi come automobili e gli insetti che se ne cibavano, sospesi a mezz’aria con silenziose ali dorate; le conchiglie preziose trasportate sulla riva dalla marea, o addormentate e felici attaccate agli scogli delle lagune della costa sud-est. Animali e fiori, rocce e alberi, tutto sembrava guardarli con amore, occhi pieni di pace e sussurrare con versi di benvenuto nel silenzio del vento di mezzogiorno, della luce trasparente dell’alba e dei raggi d’argento della luna piena.

A un mese dal naufragio Uma e Umut erano felici. Avevano tutto quello che gli serviva per vivere e lontano da loro tutto quello di cui non avevano bisogno. Il fruscio della notte era più prezioso dell’opprimente tecnologia del mondo civilizzato; la caccia al cibo, seppur dura, a volte, più gratificante dei loro precedenti lavori d’ufficio; l’occhio vigile delle stelle della notte più rassicurante del contatto con sconosciuti indesiderati; l’abbraccio del sole e del vento, una musica più dolce di qualsiasi motivo composto dall’uomo. Il silenzio, il cielo infinito, la pelle nuda, un pezzo di frutta: quella era l’unica vita di cui avevano bisogno.

Una mattina, Uma e Umut si svegliarono e si trovarono faccia a faccia con la marina Messicana. Di lì a due giorni erano di nuovo nelle loro case in Inghilterra e in Turchia, di fronte alle solite porte, intorno alle stesse persone, circondati dal suono degli schermi che in una vita precedente avevano scandito il ritmo della loro vita.

Una settimana dopo furono convocati dalle Nazioni Unite. Si rincontrarono in una sala conferenza con un lungo tavolo di cristallo e una parata di militari ai due lati come se fossero due ali, facce vecchie e prepotenti di chi è abituato a prendersi ciò che non è suo, a fare un po’ quello vuole, predatori non autorizzati dall’ordine naturale. Senza eserciti tra le mani, Uma e Umut si chiesero se sarebbero stati capaci di sopravvivere all’incontro con persino uno dei granchi più piccoli dell’isola.

La prima domanda a loro chiesta fu chi avesse messo piede sul continente per primo. Aspettavano una risposta, tutti lì davanti a loro: in prima linea i presidenti inglesi e turchi, e alle loro spalle diplomatici europei e generali americani, industriali cinesi e principi russi, tutti pronti a schierarsi da una parte o dall’altra a seconda della risposta dei due naufraghi.

In seguito al loro salvataggio, l’esercito messicano era tornato sulle coste del sud dove Uma e Umut erano stati ritrovati. Avevano contemplato il paradiso in silenzio dai gommoni neri e, come davanti a un tempio o a un’apparizione sacra, invece di sporcare le rive con l’acciaio e la gomma, il ferro e la benzina, avevano nuotato fino a terra e avevano scoperto a piedi scalzi i tesori di quella terra sconosciuta così come Uma e Umut avevano fatto nei sei mesi passati. Avevano trovato il lago del vulcano addormentato nel suo specchio dorato alla luce del tramonto, le foglie verdi delle palme e dei cespugli e le liane trapassate dai raggi rossi della sera. La fauna riposava vicino alla voragine colma d’acqua e i fiori chiudevano le corolle per la notte. Tutti i colori dell’arcobaleno uniti in un turbine profumato li avevano inondati facendoli cadere in ginocchio e baciare terra.

Nei giorni che seguirono, le esplorazioni andarono avanti a piedi nudi, pochi vestiti e senza armi. Quella terra vergine chiedeva gentilezza nei movimenti, pulizia e ordine. Era un guardare e non disturbare, mantenere il silenzio, tenere la testa bassa davanti alla natura nella sua forma più meravigliosa.

I messicani, ad ogni modo, non dovettero aspettare molto prima di veder arrivare forze militari europee, asiatiche e oceaniche. Nel giro di qualche giorno la terra non era più vergine; le acque e le barriere coralline tremarono sotto il rombo dei motori; la gomma degli stivali contaminò la sabbia bianca e sottile come borotalco delle spiagge infinite.

Il mondo aveva scoperto un nuovo continente ed era ora tempo di capire a chi appartenessero la sua terra, i suoi tesori e le sue incalcolabili risorse.

Uma e Umut risposero di essersi ritrovati sulla sabbia l’uno al fianco dell’altro e che non avevano idea di chi fosse approdato per primo. Tra di loro, sapevano che avrebbero dato quella risposta in ogni caso.

Pensarono alla fonte d’acqua, e ai pappagalli colorati che avevano tenuto loro compagnia per intere giornate con il loro chiacchiericcio felice e le grandi ali viola e rosse mentre loro cucinavano o costruivano strumenti nuovi; alla resina profumata del grande albero che con i suoi lunghi e robusti rami si curvava sull’acqua calma del lago segreto. Non erano più al sicuro. Niente su quell’isola era più sereno, al riparo della propria segretezza.

Uma e Umut furono rispediti a casa dopo ore e giorni d’interrogatori. All’uscita del palazzo di cristallo una folla di fotografi e giornalisti li circondò per altre domande. Uma e Umut tornarono in Inghilterra e in Turchia distrutti all’idea del loro paradiso nelle mani crudeli dei militari; al consumo di una civilizzazione che mai avrebbe potuto raggiungere i livelli di quella che loro avevano scoperto con il loro naufragio. Si chiusero fuori dal mondo per ricordare quella terra così come l’avevano trovata: florida, serena e in pace.

Nel giro di poche settimane il mondo si divise in due fazioni: l’Europa e le due Americhe da un lato, l’Asia e l’Oceania dall’altra. L’Africa, date le sue ridotte capacità economiche, non fu neanche presa in considerazione. Persino l’Australia, sebbene alleata dell’Asia con la Nuova Zelanda, non si trovò propriamente inclusa nelle conversazioni tra la Cina e i regni sauditi, l’Iran e la Turchia, la Malesia e la Russia; e sapeva che se rientrava nell’alleanza era solo per la sua vicinanza tattica alla terra contesa.

Tutto ciò non fece piacere ai pacifici popoli oceanici. Prima di tutto perché per la loro cultura non si trovavano a loro agio in simili scenari belligeranti. E, secondariamente, perché non condividevano le violente ambizioni coloniali delle grandi potenze europee, americane e asiatiche.

Il malcontento generale era condiviso anche dai primi ministri, che si trovarono spesso seduti ai tavoli del potere senza tuttavia essere invitati a esprimere la propria opinione. Fu così che, in segreto, i ministri australiani e neozelandesi chiesero l’opinione dei propri cittadini. In un referendum che rimase segreto al resto del mondo, la popolazione dell’Oceania fece sapere unanimemente ai propri governi che non aveva nessun piacere a trovarsi immischiata in un conflitto mondiale che era nato per il controllo e la distruzione dell’ennesima terra indifesa; che, al contrario, aveva bisogno di un guardiano, qualcuno che la preservasse dalla rapacità dei governi, dai rifiuti delle industrie e dalla violenza d’inutili faide religiose.

Quella che divenne la missione dell’Oceania, dal momento del voto in poi, fu prendere il controllo del nuovo continente affinché potesse continuare a vivere nella sua pace e nella sua perfezione, nella natura che aveva commosso il primo ministro australiano e che aveva fatto piangere, con la sua bellezza, il collega neozelandese. In un giorno che non fu mai più dimenticato, i due poteri si strinsero la mano e giurarono davanti alle corti supreme e alla popolazione quello che sarebbe stato l’obiettivo della nuova alleanza: la salvezza della terra in mezzo al mare.

Non dovettero aspettare molto per intervenire. Mentre l’Asia combatteva a suon di minacce e missili sottomarini il blocco avversario nel Pacifico del Nord tra Russia e Alaska, la marina Oceanica fece rotta verso il continente, l’accerchiò e prese il controllo delle basi di vedetta dando la possibilità ai soldati e ai diplomatici stranieri che erano stati lasciati sul luogo di unirsi alla loro causa. In pochi giorni l’esercito Oceanico conquistò il continente, creò una rete di protezione attorno alle coste, a distanza dalle barriere di corallo, e annunciò al mondo la propria missione.

Insieme alla rabbia delle grandi potenze, che l’Oceania si era aspettata, ci fu l’inaspettato congiungimento con la nuova alleanza di tutti quei paesi minori che erano stati ignorati, o trascinati e poi abbandonati ai margini della nuova guerra mondiale. Il continente Africano fu il primo a tendere la mano e a inviare aiuti, dal cibo alle armi; e persino i pirati delle coste atlantiche fecero rotta verso il Pacifico per rafforzare le mura d’acqua della nuova terra. Paesi come il Canada, l’Italia, l’Islanda e le regioni scandinave si unirono con l’Oceania e l’Africa e crearono un nuovo blocco; devoto, questa volta, alla pace e alla preservazione della natura nella sua forma più nobile.

Il nuovo blocco affrontò i suoi avversari in più occasioni, per di più al largo delle coste e, in aria, spingendo i bombardieri nemici il più lontano possibile dalle terre delicate della loro protetta. L’Europa, le Americhe e l’Asia si trovarono sempre più deboli non solo per le perdite generate dall’ostinata resistenza dell’Oceania – nessuno, dall’Inghilterra alla Francia, dalla Russia alla Cina, si sarebbe aspettato una simile dimostrazione di coraggio e di forza da parte di nazioni con una così tanto limitata esperienza bellica – ma anche a causa delle rivoluzioni interne che esigevano la cessazione del conflitto.

Quello che le potenze nemiche tuttavia non comprendevano era lo spirito che viveva dietro alla promessa della nuova alleanza. Era un giuramento che nasceva dal cuore di quei paesi che avevano osservato l’uomo conquistare, depredare e distruggere. Loro stessi, in passato, avevano preso parte alla violazione della natura e di conseguenza avevano patito carestie, siccità e malattie che si erano scatenate come una vendetta a causa della debolezza della grande madre, che rinsecchita e senza forza non era potuta intervenire per la salvezza del pianeta. Questi erano gli uomini, i ministri, i paesi che si erano ripromessi di non ripetere gli stessi errori. Per loro, il continente non era solo roccia e acqua, e il mantenimento della sua armonia solo una questione di ordine e salvaguardia. Quella grande isola era il futuro della terra: era il suo nuovo cuore, i suoi nuovi polmoni e la sua nuova mente, e tutto ciò doveva essere protetto, accudito, amato e riverito come un faraone, un toro d’oro, un sultano, un Khan, un messia, o come un Dio. Era il simbolo della sopravvivenza del pianeta e, prima ancora, dell’umanità intera.

Solo dopo anni di resistenza i nemici decisero di arrendersi e di abbandonare la missione: come i discepoli di una nuova divinità, gli uomini del terzo blocco non avevano mai dimostrato segni di cedimento.

Dopo le firme della pace, i paesi del nuovo blocco instituirono una federazione votata alla pace, con l’Australia e la Nuova Zelanda al vertice di controllo. Diedero un’ultima occasione ai paesi dei blocchi nemici invitandoli a entrare nell’unione, poi chiusero le porte della diplomazia per sempre.

Se non per controlli periodici e scientifici sul suolo, il continente fu mantenuto sigillato. Non ci fu più uomo a camminare sull’erba delle praterie del nord est, o a bere l’acqua del lago vulcanico del sud, o naso umano a respirare l’aria pura del dopo tempesta sugli altopiani del centro ovest. Non ci fu multinazionale a scavare sotto il suolo per scoprire le immense riserve di petrolio che la terra teneva segrete, così come le miniere ricche di brillanti e delle pietre più preziose.

Gli animali esotici della giungla continuarono a cacciare, cibarsi, dormire e correre nella pace più totale; i fiori si riproducevano e crearono specie nuove. Gli alberi continuarono a crescere, seccarsi e morire, a ombreggiare il suolo dei boschi, scossi dal vento come anemoni sul fondo del mare, un tutt’uno con l’aria. Il sole e la luna continuarono a vegliare dall’alto, nel silenzio della natura.

Storia di Sarah Agus

Illustrazione di Jacob Stead