INTELLIGENZA

Isabel amava il suo lavoro di curatrice nel dipartimento di pittura rinascimentale. Tutta quella bellezza, la pace delle sfumature pastello dei paesaggi, la saggezza dei volti dei ritratti, il potere che le tele avevano su di lei, la rendevano felice. E allo stesso tempo la intristivano perché sapeva che quella bellezza non esisteva se non nel suo ufficio e nelle gallerie del museo: il mondo esterno era troppo caotico, la magia non vi sopravviveva.

Isabel era cresciuta con la letteratura russa e l’opera italiana, il teatro francese e traduzioni di poesia cinese fino ai diciannove anni, quando era partita per l’università e aveva portato via con sé il motto prezioso dei suoi genitori ‘non smettere mai di imparare’. Il giorno della sua partenza il padre le regalò una copia della sua ultima traduzione di poesie Tang e la madre una raccolta dei suoi concerti di Mozart preferiti. E durante i suoi quattro anni all’università di storia dell’arte, e quelli successivi del master e del dottorato, Isabel non smise mai di guardarsi intorno, di essere curiosa, e di imparare qualcosa di nuovo ogni giorno.

Ma con tutto quell’osservare e pensare Isabel arrivò ben presto alla conclusione che nessuna politica avrebbe mai salvato il mondo, e che non c’era speranza nell’aspettare l’eroe che avrebbe rimesso tutto a posto. Stanca del quotidiano stato di terrore propinato dai media, smise prima di guardare la televisione e poi di leggere i giornali; finalmente, insofferente ormai del tutto alle lamentele degli amici sui social-media, chiuse tutti i suoi profili. In fondo, si consolava, le rimanevano i suoi libri e la sua musica.

Arrivò a maledire la sua famiglia di scrittori, filosofi, poeti e musicisti per averla cresciuta nel nome dell’intelletto, e ci mancò poco che cestinasse ‘Il contratto sociale’ dopo aver aperto accidentalmente una rivista politica a un articolo in cui si discuteva della costruzione del muro tra gli Stati Uniti e il Messico, e alla vista di quell’ex palazzinaro dai capelli imbarazzanti che mandava avanti la così detta ‘più grande potenza dell’Occidente’.

Si chiese perché si ostinasse ancora a leggere, ad ascoltare bella musica, a scrivere e a occuparsi di cultura se poi l’obiettivo principale di tutto quello che la circondava era distruggere ciò che c’era di bello nel mondo e di utile alla mente umana. In che modo il suo solo esempio avrebbe mai potuto fare la differenza?

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Quando cinque anni dopo scoprì di aspettare un bambino, Isabel sentì disperazione e felicità. Aveva sempre desiderato dei figli; ma in quel momento, all’idea di ammettere in un tale mondo una creatura innocente che un giorno sarebbe dovuta andare avanti con le sue gambe e che, se la genetica le aveva insegnato qualcosa, si sarebbe fatta le stesse domande che in quel momento si faceva lei sull’utilità della conoscenza, non ne fu più così sicura.

Il suo morale non migliorò nell’apprendere di aspettare una femmina. Sarebbe stata capace di insegnarle ad amare il proprio corpo a prescindere da taglia, forma e colore della pelle? A non aver paura di esprimere a voce alta la propria opinione e a come non dover fare affidamento sul trucco e sui tacchi alti per sentirsi più sicura davanti a una commissione universitaria? Avrebbe saputo spiegarle perché è importante fare sempre tante domande; viaggiare il più lontano possibile per rendersi conto che è impossibile essere certi su tutto una volta che da ospiti si è quelli diversi, e persino le piccole abitudini familiari possono essere un’offesa alle usanze locali?

Che faccia avrebbe fatto la sua bambina ormai adolescente quando sua madre le avrebbe spiegato come le amiche sarebbe stato meglio non ascoltarle troppo, perché gelose e avrebbero avuto da ridire, dentro la loro testa, su qualsiasi cosa lei avrebbe fatto. Di come non sarebbe dovuto essere compito di un uomo colmare una metà della sua vita; che quella sarebbe stata lì ad aspettare che lei fosse felice per essere riempita, ma felice per i sogni realizzati, il piacere di ascoltare un bel concerto al lume di candela e piangere alla fine di un libro.

Che sentirsi realizzata come donna non sarebbe dovuto dipendere dalla famiglia tradizionale che la società le avrebbe chiesto di crescere; che sarebbe dovuta essere sempre lei stessa, unica nel suo DNA e con la sua cultura dentro a uno zaino, pesante come se pieno di massi o leggero come un cuscino di piume d’oca.

Come spiegare a una mente vergine che quel mito che ci insegna che la vita è breve e che bisogna godersela è una trovata pubblicitaria? E che nella vita di tutti i giorni, tra bollette, panni sporchi e una coinquilina che proprio non vuole lavare per terra c’è bisogno di tanta pazienza?

Come poteva sperare di formare un essere umano quando lei stessa, ormai, non aveva più alcuna certezza che potesse darle la forza di credere nel futuro?

 

Fu per tutte le domande che l’assalivano che Isabel decise che sua figlia avrebbe avuto un’educazione diversa dalla sua.

Come prima cosa decise che non avrebbe imparato nessuna seconda lingua. Avrebbe permesso l’apprendimento, a livello scolastico, di una qualsiasi lingua straniera, ma conoscendo gli standard del sistema educativo nazionale non ne era particolarmente preoccupata.

Secondariamente, si sarebbero letti soltanto libri di nuova pubblicazione, e nessun classico; e anche quelli in numero limitato, in quanto la televisione avrebbe potuto ricoprire adeguatamente il ruolo di maestra di parole nuove e formare l’immaginario di quella giovane mente mostrandole il mondo attraverso la sua lente.

L’unico museo permesso sarebbe stato quello della scienza, con i suoi giochi e attività così basici e banali, durante il fine-settimana. Niente quadri, niente maestri, poca storia. La bambina avrebbe viaggiato quanto bastava per farle conoscere la regione, e Isabel le avrebbe fatto lasciare il paese soltanto in caso di un’irrimediabile mancanza di alternative.

I libri sarebbero diventati i telegiornali, i talk show e i cartoni della mattina, durante la colazione, il pranzo e la cena; e le loro sigle, i jingle pubblicitari e le canzoni popolari la musica quotidiana.

Neanche suo marito, preoccupato per quelle sue nuove manie, riuscì a tenerle testa. Conosceva bene quello che ogni giorno le rimbombava nella mente, e capiva le sue paure; ma non raggiunse mai un simile livello di paranoia, o pensò di seguirla su quel sentiero d’isolamento dal resto del mondo. Ivàn aveva un animo meno sensibile e, da buon ingegnere, un approccio più pratico e distaccato nei confronti della sua quotidianità. “Il mondo sarà pure un posto orribile,” diceva sempre, “ma qualcuno dovrà pur portare avanti la baracca.” Il consiglio non tranquillizzava Isabel minimamente.

Isabel tornò a lavoro dopo il primo compleanno della figlia e si rese conto, dopo pochi secondi davanti a un Botticelli, di quanto quella grande bellezza le fosse mancata. Tuttavia, anche tornando sulla strada della ragione, col tempo, ricongiungendosi con la sua naturale predilezione nei confronti della cultura e rendendosi conto di quale assurda missione stesse portando avanti, Isabel decise di non cambiare le abitudini con cui la figlia stava crescendo: sapeva che non avrebbe mai potuto applicare quello stile di vita su se stessa o su suo marito, erano adulti da troppo tempo per un cambiamento così radicale; ma per lei, continuava a credere che fosse la scelta giusta.

Arrivata ai cinque anni, Irma conosceva il mondo così come la televisione le aveva insegnato: sapeva che il Nord-America e il Regno Unito erano il centro del mondo e che la Cina era un posto lontano, lì nella metà malfamata della Terra, e popolata da persone che parlavano una lingua ridicola e pronte a tutto per rubare la libertà, la ricchezza e la felicità del suo paese; era felice di essere bianca perché la pelle scura delle persone cattive che si vedevano sempre nei telegiornali le faceva paura, e quei nasi così schiacciati e larghi le sembravano davvero orribili, diversi dai tratti chiari, ovunque e familiari dei giornalisti e le persone più belle della tv.

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Già pregustava il momento in cui, una volta cresciuta, avrebbe potuto comprare un sacco di vestiti e quei bellissimi trucchi che le televendite, quelle per cui il papà si lamentava sempre del volume, potevano farle arrivare a casa ‘nel giro di soli pochi giorni.’ Nell’ultimo tema scolastico aveva comunicato alla sua maestra che da grande sarebbe diventata una di quelle bellissime modelle che si vedevano sulle riviste, luminose dentro vestiti preziosi, e che un giorno avrebbe recitato in un film: con un po’ di fortuna avrebbe sposato qualcuno più famoso e ricco di lei e non avrebbe più dovuto lavorare, per sempre. Facile, no?

Irma era una bambina felice. Aveva una naturale predisposizione alla positività, le sue giornate si ravvivavano con un bel gelato o con l’arrivo di una nuova bambola per la sua collezione smisurata. Non si faceva troppe domande e aveva tutte le risposte che le servivano per sentirsi al sicuro. Sapeva chi erano i buoni e chi i cattivi, sapeva esattamente cosa doveva fare come femmina e cosa aspettarsi dai maschi. Le piaceva ballare, indossare vestiti colorati e aveva una passione per il rossetto rosso; le piaceva andare a vedere le partite di calcio con il papà e tifare per gli uomini forti sul campo, gli idoli di una folla come di così grandi non ne aveva mai viste.

Per un’ora di pura felicità, disegnare con i pennarelli colorati tutto quello che le passava per la testa era più che abbastanza. Irma, infatti, aveva un vero talento d’artista – anche se Isabel non la incoraggiava troppo nel caso fosse potuta venirle in mente l’idea, un giorno, di farlo per lavoro. La notte, prima di spegnere l’ultima luce, Isabel guardava i disegni che raffiguravano le immense praterie americane e il vibrante colore blu del mare dei Caraibi che tanto avevano affascinato Irma durante uno spot di viaggi in televisione; le bambinesche nature morte ispirate alla frutta sul tavolo della cucina.

Isabel piangeva mentre teneva tra le mani quei piccoli capolavori perché vedeva che quella giovane mente le chiedeva, attraverso i disegni, di aiutarla a esplodere in tutto il suo potenziale. Quella bambina, in fondo, non poteva essere così diversa da lei e Ivàn, nonostante un’infanzia di idee vuote e scarna d’ispirazioni: aveva il loro DNA ed esso era ricco di curiosità, di poesia e di intelligenza. Irma era per natura una bambina brillante.

Isabel si chiese che cosa avrebbe fatto se un giorno Irma le avesse chiesto di poter andare all’università, che voleva imparare l’italiano e studiare disegno tra le colline della Toscana. Un giorno avrebbe potuto dirle che non era più interessata a sposarsi e che, all’opposto, avrebbe preferito viaggiare, andare per esempio a vedere se il Sudamerica era poi così pericoloso come la televisione le aveva insegnato.

C’era una luce negli occhi di quella bambina gentile e decisa che Isabel non riusciva a spegnere: più provava, più si rendeva conto che non sarebbe mai riuscita a contenerla. Aveva provato ad avvelenare la sua curiosità, ma sapeva che quella avrebbe, prima o poi, sfondato le mura d’ignoranza, volgarità, e cinismo dietro cui Isabel l’aveva murata viva, e sarebbe saltata fuori.

Quando Irma compì sei anni e chiese alla madre di poter disegnare con i pastelli a olio e gli acquerelli, perché quei vecchi pennarelli non rendevano bene le ombre nei suoi disegni, Isabel iniziò a chiedersi se avesse fatto la cosa giusta. Doveva rimproverarsi? Doveva continuare sulla stessa strada o era arrivato il momento di arrendersi alla vera natura di sua figlia? Valeva la pena continuare a combattere? Lei voleva solo che Irma fosse felice, nient’altro importava.

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Storia di Sarah Agus

Illustrazioni di Hannah Peck