POSSIBILITA’

Pin aveva trentacinque anni ed era soddisfatta della sua vita. Aveva un bel lavoro che le lasciava tempo per viaggiare e per i suoi hobby, una bella casa, un marito e un bambino in arrivo. Una delle cose di cui andava più fiera era non avere rimpianti. Aveva dedicato i suoi vent’anni al viaggiare in giro per il mondo e aveva incontrato tante persone; aveva vissuto in paesi diversi e imparato le relative lingue, e aveva sul curriculum una lunga lista di posizioni ottime, in altrettanto ottime compagnie. Arrivati i trent’anni, si era sposata e trasferita in una piccola città inglese, aveva trovato lavoro e si era sistemata. Era felice. Tuttavia, a volte, pensava a cosa sarebbe successo se, invece di mettere radici in quella città, avesse continuato le sue avventure nei paesi in cui aveva vissuto precedentemente; o, come le chiamava lei, le sue vite passate.

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Dove sarebbe potuta essere in quel momento, se fosse rimasta a Shanghai? Che lavoro avrebbe avuto se non avesse lasciato il Canada?

Ovviamente sapeva che i giochi dei “se” non portavano mai niente di buono. Allo stesso tempo, però, non poteva fare a meno di perdersi nelle sue stesse fantasie, immaginare quella che sarebbe potuta essere, con chi, e dove.

Una mattina, nel suo giorno libero, Pin decise di fare una passeggiata al mercato. La piazza principale era affollata e, arrivato il mezzogiorno, il sole di primavera si fece rovente. Decise di sedersi a un bar all’aperto per bere qualcosa di fresco.

Lo spettacolo davanti a sé la mise di buon umore: i fiori, la gente indaffarata, la frutta colorata delle bancarelle e quel palcoscenico antico che era la piazza centrale della città, tutto sembrava uscito da un bel quadro rinascimentale. I colori, i profumi, il rumore del mare in lontananza e le grida dei gabbiani la facevano sentire bene. Trascorsa un’ora decise di tornare a casa.

Una volta rientrata e aver chiuso la porta dietro di sé, si soprese nel vedere una lettera sul pavimento, davanti alla buca della posta. Mai, da quando vivevano in quella città, aveva ricevuto corrispondenza all’ora di pranzo; ma l’ombra del sospetto di volatilizzò alla vista di quella busta colorata dai bordi arancio e con piccoli fiori bianchi sui lati. Il nome del destinatario e l’indirizzo erano stati scritti a mano, con un’elegante calligrafia, in penna dorata.

Pin trascorse qualche minuto senza sapere cosa fare: non aveva mai visto una busta simile, neanche durante i suoi anni di studio in Italia. Era una piccola opera d’arte, come aprirla senza rovinarla? La bellezza della composizione la distrasse ancora più della sua curiosità di sapere chi fosse il mittente.

Andò nello studio e cercò il tagliacarte più piccolo che aveva. Riuscì ad arrivare a un singolo foglio di carta, così spesso che Pin intuì dovesse trattarsi di un invito. Lo sfilò dalla busta e lesse il testo, scritto in piccoli caratteri neri.

“Sarebbe nostro grande piacere avere la signora P. come nostra ospite stasera, alle ore otto, alla sede del nostro circolo. Il tema della serata sarà: “Le mie vite passate: dove sono adesso?” All’arrivo, chiedere di Paul. Per favore, portate l’invito con voi.”

 

Pin era confusa dal tema della serata, così familiare nella scelta delle parole, e dall’invito in se stesso in ugual modo. Sulla busta non c’era mittente, e dalle condizioni immacolate della busta Pin dedusse che fosse stata consegnata a mano. Da chi, però, e come conoscevano il suo indirizzo?

Quella sera, alle otto, uscì di casa diretta all’indirizzo menzionato nell’invito. Mentre camminava nelle stradine strette e acciottolate del centro storico, pensava e ripensava non solo a cosa avrebbe trovato a quell’incontro, sempre che non fosse uno scherzo, ma anche, e soprattutto, a chi avrebbe incontrato.

Arrivata a destinazione si trovò davanti ad una piccola porta di legno chiaro incastonata in un muro di mattoni rossi. Suonò il campanello e dopo pochi secondi la porta si aprì: davanti a lei c’era un uomo che si presentò come Paul. Le chiese il suo nome e, dopo aver controllato l’invito, le strinse la mano e la pregò di accomodarsi. Era giovane, sui quarant’anni, e abbronzato. Portava un bracciale d’artigianato africano al polso “e quella camicia,” pensò Pin, “dev’essere italiana.” Doveva viaggiare molto, pensò osservando lo sguardo paziente e gentile del suo ospite.

Oltre la piccola porta di legno c’era un giardino e, al lato opposto di quel grazioso e ordinato angolino inglese, una casa dai muri arancio-chiaro. La sera era tiepida e le due grandi finestre quadrate ai lati della porta d’ingresso erano state lasciate aperte. Da fuori, si sentiva una leggera musica provenire dal salotto, e un dolce profumo d’incenso s’intrecciava a quello dei gelsomini rampicanti al lato della sua finestra. Poco prima di entrare Pin si accorse che dalla portata generale delle voci dovessero esserci già una trentina di persone.

Una volta entrati dentro casa Paul le offrì una limonata e si sedettero sui sedili della finestra all’inglese del salotto, aperta sul piccolo giardino. Pin si sentiva al sicuro: l’atmosfera era rilassata e le persone che aveva osservato fino a quel momento le sembravano del tutto normali, dallo sguardo amichevole e a loro agio. Sembrava la riunione di una classe liceale i cui alunni fossero tutti partiti e ritornati dalle loro avventure in giro per il mondo; poiché, benché tutti indossassero abiti comuni, Pin, con l’occhio allenato di chi ha vissuto in paesi diversi e di chi, per mezzo di tante e diverse esperienze, sa come leggere le persone, vide tatuaggi tradizionali, scarpe dai colori originali, modi tipici di muovere le mani, intrecci nelle acconciature e nei dettagli del vestire, così particolari che non potevano appartenere a persone che non erano mai uscite dal centro di quella città. Si chiese, pensando a come si era vestita e a come dovesse sembrare agli occhi di un estraneo, se anche gli altri invitati avessero dedotto lo stesso di lei.

Improvvisamente si sentì come ubriaca. Davanti a lei c’era lei stessa; o, almeno, una sua sosia, se i sosia esistevano davvero. Notò che l’altra se stessa parlava con la copia di Paul e intratteneva quella che sembrava la più normale delle conversazioni, come in uno specchio, dall’altra parte della stanza.

Si guardò intorno e, come se avesse appena aperto gli occhi, si rese conto che quella trentina d’invitati che si era immaginata nell’arrivare non era affatto una trentina, ma che si trattava di, più o meno, otto, nove o dieci persone al massimo: semplicemente, moltiplicate per tre o quattro volte ognuna.

Paul, che aveva notato la sua confusione, stava cercando di spiegarle; ma Pin, senza neanche sentire il suono della sua voce, aveva di nuovo lo sguardo fisso su se stessa.

Indossava un vestito che Pin ricordava bene, perché apparteneva ai giorni della Cina. E i suoi capelli erano fermi allo stile che tanto le piaceva sei, sette anni fa, quando studiava a Shanghai. La copia la notò, la guardò a sua volta e le sorrise. Pin la vide scusarsi con il suo interlocutore e venirle incontro: sembrava entusiasta di vederla come se Pin fosse una sua vecchia amica.

Pin l’osservò avvicinarsi e fu come guardare un segmento al rallentatore. Si stava rivedendo. La cosa più curiosa era il sapere di non avere davanti soltanto una vecchia se stessa, che apparteneva agli anni d’oro della sua giovinezza, ma anche una sua versione che era andata avanti nella vita che lei aveva abbandonato. La Pin di Shanghai aveva proseguito con i suoi impegni e le sue giornate, non si era fermata quando l’originale era andata via. Quella Pin stava vivendo quello che lei non aveva potuto.

– Ciao, – le disse la copia timidamente, con un sussurro. Le tese una mano. Pin la studiò per un momento, poi la strinse; sorrise, ma ancora non riusciva a dire una parola. Pin la guardava e ne studiava ogni dettaglio.

– Che piacere conoscerti, finalmente! Era da anni che speravamo in questa riunione.

L’altra Pin s’interruppe perché l’espressione sul viso di Pin si era impietrita di nuovo.

Speravamo?

La copia di Pin annuì.

– Siamo in quattro qui stasera, includendo te. Abbiamo mandato la nostra richiesta di riunione sei mesi fa: era il nostro terzo tentativo, non ci speravamo più! Poi Pin ha ricevuto l’invito a Montreal e…

– A Montreal? – chiese Pin. Paul e la copia annuirono.

– E chi è la terza?

Pin si sentì battere sulla spalla. Quando si girò, non ebbe bisogno di un secondo per capire quale se stessa avesse davanti. Quei capelli lunghi con la frangia, gli abiti scuri e quella collana.

Pin guardò negli occhi la ragazza che aveva lasciato a diciannove anni quando era partita per l’università, quella che era rimasta nella casa dei suoi genitori e che aveva continuato a vivere nella sua città, con i suoi amici; la sua famiglia, che Pin non aveva più rivisto dopo essere partita.

Vide e sentì lacrime e una crepa aprirsi sulla superficie della sua pelle adulta. Le prese il viso tra le mani e continuò a guardarla negli occhi, rivedendo la se stessa di sedici anni prima che nel frattempo era cresciuta, si era fatta una donna, lei stessa. L’abbracciò, e il sentire di rimando le sue braccia attorno alla schiena fu come aver ritrovato finalmente quel frammento di se stessa che aveva sempre pensato di aver perso con il passare degli anni.

Quando si separarono se le trovò tutte e tre davanti agli occhi. Si sentì come una madre che riabbraccia i figli che tornano a casa dopo un lungo viaggio: tutte le sue preoccupazioni, i rimproveri che si è ripetuta per averli lasciati andare, per aver deciso di fidarsi di loro, sono improvvisamente sostituiti dal grande sollievo e dall’immensa gioia del sapere che stanno bene, che l’esperienza è stata un successo, e che sono cresciuti, che sono andati avanti con le loro forze e sono finalmente diventati adulti.

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Tutto a un tratto, il senso di colpa per l’abbandono divenne per Pin solo un ricordo lontano. Capì che le giustificazioni che si era data nel momento della partenza avevano un senso per davvero, e che era stata più saggia di quanto allora avesse pensato. Si rese conto di quanto poco senso avrebbe avuto restare nella sua casa della campagna francese, all’università nell’est del mondo o in quell’ufficio nel nord dell’America; perché, come poté costatare in quel momento con i suoi stessi occhi, niente era morto e tutto aveva avuto una sua evoluzione.

Tuttavia, non le era possibile non giustificare la vecchia paura del cambiamento che derivava dal sapere che salire sull’ultimo autobus, treno, o aereo da quella città che non avrebbe mai più visto avrebbe segnato un punto di non ritorno. Quel viaggio, qualsiasi fosse la destinazione, era una virgola che si sarebbe aperta su un nuovo paragrafo; era stata chiara nell’annunciarle come sarebbe stato impossibile ritornare al capitolo precedente, perché da lì in poi si poteva solo andare avanti.

Se invece di avere davanti a sé delle donne adulte avesse avuto quella se stessa che l’aveva guardata andare via, da dietro i controlli di sicurezza dell’aeroporto, ancora giovane e spaventata, avrebbe saputo cosa dirle. Le avrebbe confidato che “quello che gli adulti ci hanno sempre ripetuto, e a cui noi non abbiamo mai creduto, è vero: tutto andrà bene. In un modo o nell’altro, troverai la tua strada.”

Se solo, ogni qual volta si era trovata a piangere davanti agli scatoloni di un trasloco, la se stessa che doveva restare lì l’avesse abbracciata e le avesse detto che “una vita senza scelte non esiste. Devi decidere cosa fare della tua vita ogni giorno. E questa non sarà l’ultima volta che dovrai fare le valigie, o che cambierai città, perché la vita è lunga e piena di possibilità. Non preoccuparti per me, io starò bene. Andrò avanti con la mia vita qui e un giorno forse ci incontreremo di nuovo. Quando succederà, potrai vedere da te di come esserti preoccupata, adesso, non ci sia stato alcun bisogno.”

Pin e le sue tre copie sedevano nel giardino su quattro sedie di vimini sotto la cascata dei gelsomini.

Pin ascoltava le storie di ognuna di loro, chiedeva della loro vita, del lavoro, della famiglia, di come la città fosse cambiata e di come stessero gli amici del posto. Anche loro facevano domande: fino a quel momento avevano saputo soltanto che Pin aveva scelto di fermarsi in quella piccola città, ma non avevano idea di cosa fosse successo nella sua vita dall’ultima partenza. L’ultima ad averla vista era stata quella a Montreal, e la Pin che si ricordava, di cinque anni prima, era stanca e vagamente preoccupata, impaziente di mettere finalmente radici. Da quando Pin era uscita dal suo appartamento ormai vuoto, nelle prime ore di quella lontana mattina, non aveva più avuto sue notizie.

Pin era felice nel vedere che tutto continuava come sempre. Magari non come aveva sperato e non secondo i suoi piani; ma si rese conto di quanto più importante fosse sapere che la sua vita, in quelle città così diverse, era stabile. Era un cantiere in continua costruzione, e andava bene così.

Era strano vedersi da fuori, ma rassicurante allo stesso tempo. Notò ad esempio che quello che non le era mai piaciuto di se stessa, o quelle forme che le erano sempre sembrate fuori posto sul suo viso, era assolutamente normale. Come quando guardando un’altra persona qualsiasi caratteristica, anche originale – a meno che uno non sia di bell’aspetto, perché in quel caso è ricordata da chi guarda come un pregio curioso – venga liquidata semplicemente come parte di una faccia, nessuno ci fa veramente mai caso; e che, vedendosi come suo stesso interlocutore, tutti quei dettagli erano addirittura belli da vedere. Si fondevano con la sua personalità, con il suo modo di muovere il corpo e con il quadro generale che non aveva mai avuto occasione di vedere dall’esterno.

Parlando con ognuna di loro, osservandone i sorrisi e i segni di una vita ordinaria sul viso, il modo in cui muovevano le mani e si toccavano i capelli, e ridevano, Pin ricordò come qualche giorno prima avesse detto di non avere rimpianti. Ovviamente, non poteva esserne stata sicura, mentre l’aveva pronunciato. Ne sarebbe potuta essere certa solo se avesse viaggiato nel passato e visto con i propri occhi che quello che era stato lasciato indietro era maturato secondo le sue aspettative. In quel momento Pin sapeva di poterne essere sicura, e sentiva che un peso che non si era mai resa conto di aver portato dentro di sé era sparito, e che i suoi occhi dal quel momento in poi sarebbero stati aperti solo sul presente e sul futuro.

Il vedersi felice, davvero felice, quella sera, in ognuna delle sue vite parallele, fu il momento più importante della sua vita. Vedere che ognuna delle sue varianti era rimasta fedele a se stessa e che si era evoluta come lei sperava avrebbe fatto, la rese orgogliosa.

Quelle tre ragazze sedute accanto a lei avevano tenuto fede alle promesse che si era sempre fatta, non avevano tradito chi era. Poteva riconoscersi nel profondo guardando in ogni paio di occhi; conosceva tutto di ognuna di loro, sapeva quello a cui pensavano mentre era un’altra a parlare, e a quello che avrebbero detto in risposta.

Non aveva più alcun conto in sospeso con se stessa, non ci sarebbe più stato alcun gioco del “se”, o fantasia a occhi aperti ricordando la Cina e i momenti felici del Canada. L’unica gioia che avrebbe conosciuto, da quel giorno in poi, sarebbe stata quella del presente. Non ci sarebbero più state ombre di distrazione provenienti dal passato, perché tutto quello che era stato non era più un ammasso confuso di ricordi, un turbine nero di dati e umori diversi: era ora un archivio ordinato, in un bell’ufficio illuminato dalla luce del sole.

Pin sentiva che avrebbe potuto chiudere a chiave la porta di quella stanza e camminare via sentendosi in pace. Il suo passato era in ordine: ogni singolo nome, o posto, o ricordo era perfetto in se stesso e non aveva bisogno di essere rispolverato per essere aggiustato. Tutti i frammenti erano felici dentro le loro cartelle, c’era solo da andare avanti.

Storia di Sarah Agus

Illustrazioni di Julia Bereciartu